L’artista moderno. 1

 

Comedy, 1921

In primo luogo, l’artista moderno crea partecipando consapevolmente alla vita cosmica: «Il dialogo con la natura», scrive Paul Klee, «rimane per l’artista una condicio sine qua non. L’artista è uomo, è lui stesso natura, parte di natura nell’area della natura». E, precisamente, questo dialogo presuppone una comunicazione intensa con il mondo, che non si effettua soltanto attraverso la vista: «L’artista oggi è meglio di una macchina fotografica… Egli è una creatura sulla terra e una creatura nell’Universo: creatura su un astro tra gli astri». Proprio per questo motivo, secondo Klee, ci sono vie diverse da quelle degli occhi per stabilire il rapporto tra l’io e il suo oggetto, la via di un comune radicamento sulla terra, la via di una comune partecipazione cosmica. Ciò significa che il pittore deve dipingere in uno stato d’animo in cui sente la sua unione con la terra e con l’universo.
La pittura astratta appare dunque a Klee come una sorta di prolungamento dell’opera della natura: «Il suo progresso nell’osservazione e nella visione della natura gli apre a poco a poco l’accesso a una visione filosofica dell’universo che gli permette di creare liberamente forme astratte […] L’artista crea così delle opere, o partecipa alla creazione di opere, che sono immagini dell’opera di Dio». «Proprio come un bambino giocando ci imita, così nel gioco dell’arte noi imitiamo le forze che hanno creato e creano il mondo». «Al pittore interessa di più la natura naturans che la natura naturata».

Pierre Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica, Einaudi, Torino 2005, p. 185.

Caro Amico

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Caro amico — anche se quindici giorni fa non la conoscevo ancora, non mi è realmente possibile chiamarla diversamente — voglio innanzitutto dirle che incontrarla è stato per me qualcosa di più che prezioso. Avevo vagamente presentito che sarebbe stato così, ma non presentivo sino a questo punto. Devo chiederle poi di non tardar troppo a mandarmi la lettera di cui abbiamo parlato; è possibile che io parta fra pochi giorni.
Accludo a questa lettera quel che già esiste del mio testo teatrale: il terzo atto quasi per intero e lo schema del resto. Perché lei lo possa leggere, in primo luogo, e darmi il suo parere. Ma anche perché lo conservi (assieme alle poche poesie) se dovessi partire, e soprattutto se mi accadesse di morire.
Non so dire se abbia un qualche interesse conservare queste cose. Non vorrei illudermi. Ma per ogni evenienza desidero aver fatto il necessario affinché non scompaiano per forza di cose. Ovviamente, le domando solamente di custodirle presso di lei.
Mi ha profondamente commossa constatare che ha dedicato una viva attenzione alle poche pagine che le ho mostrato. Non ne traggo la conclusione che meritino attenzione. Considero tale attenzione come un dono gratuito e generoso da parte sua. L’attenzione è la forma più rara e più pura della generosità.
A pochissimi spiriti è dato scoprire che le cose e gli esseri esistono.
Fin dalla mia infanzia non desidero altro che averne ricevuto, prima di morire, la piena rivelazione. Mi sembra che lei sia orientato verso questa scoperta. In effetti, ritengo di non aver conosciuto, da quando sono giunta in questa regione, nessuno il cui destino non sia di gran lunga inferiore al suo; tranne un’eccezione.

(da una lettera di Simone Weil a Joë Bousquet, 13 aprile 1942)

Immaginazione e pragma

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Spesso è l’immaginazione che ci salva. La lettura appassionata e la visionarietà sono ciò che può darci forza. Me ne accorgo sempre più, perché quando le cose mancano si capisce la loro importanza. Quanto alla scrittura, per anni l’ho vista come un atto sacro, che per essere compiuto ha bisogno d’una ritualità: al punto che passava diverso tempo prima di riuscire a creare “materialmente” ciò che diventava un mondo abitato dal mio spirito e dai miei desideri. Immagino che il motivo fosse la sostanziale laboriosità del processo creativo, laboriosità intesa come mettersi al tavolo, stendere un progetto, confrontarsi, ragionare, cercare, trovare e scartare, provare e riprovare. Un processo creativo che richiama lo spirito artigianale, che spesso deve inquadrarsi in schemi codificati: dunque, la prima necessità è quella d’imbrigliare all’interno di strutture una fantasia altrimenti incontrollata. Ed è importante saper rinunciare, quando serve, agli impulsi creativi e ideologici, “abdicare” temporaneamente al proprio statuto — illusorio o reale — di artista creatore, per misurarsi in un’altra dimensione, che vede una pragmaticità d’idee, d’intenti, di visione, di metodologie, di sensibilità. Sappiamo che l’estro artistico — quando c’è — non può ridursi a un esercizio governato da pragmatiche regole operative.

#30

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Da tempo penso che la trasmissione Fahrenheit, su Radio3, sia la più antiquata e superata forma di programma radiofonico che abbiamo, al pari di certe trasmissioni musicali – sempre su Radio3 – in cui si propone materiale contemporaneo spinto, referenziale all’Avanguardia, che per essere compreso ha bisogno di chili di retroterra culturale specialistico. Però, quando capita d’ascoltarlo, Fahrenheit, specie negli ultimi tempi, si ha la sensazione che debba rimanere, che non possa essere liquidato come cosa vecchia, insieme alle vecchie espressioni superate e inadatte ai tempi. Deve restare, perché forse continua a offrire riparo a chi è stanco, stanco anche della vita, diciamo, in quanto trova tutto faticoso, dallo svegliarsi all’affrontare il mondo dentro e fuori casa. Perché è difficile mettere mano al macigno che è la giornata: una fatica di cui ancora non si decifra il significato.