Writing 32

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Sai, prima ho pensato al rapporto che ho con la scrittura. A volte ho letto di scrittori importanti che dicevano più o meno di “scrivere per sopravvivere”, cioè come esercizio vitale quotidiano. Io invece ho passato molto tempo senza scrivere. E anche senza leggere. Ma mi rendo conto che qui sto scrivendo parecchio: ogni giorno mi dedico all’esercizio vitale, e non riesco a immaginare un giorno in cui ciò non avvenga. Lo faccio per vivere, dunque, visto che sono arrivato a riempire diverse pagine. Quasi mai ho tenuto un diario, mentre ora lo sto scrivendo così, come se volessi recuperare gli anni di cui non ho potuto lasciare traccia. Lo faccio anche per le emozioni che mi focalizzano sulla vita interiore e sui moti dell’animo: forse è questo che mi sta facendo diventare scrittore, chi sa. Sto cominciando ad acquisire quella dignità e maturità a cui anelavo, pur rendendomi conto di esserci ancora lontano. E mi piace pensare che qualcuno mi conduca per mano.

Regole, princìpi

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Ogni libro, dicono, è come un messaggio mandato a una persona che si adotta come amica, una lettera con destinatari non identificati ma ben definiti, che leggeranno in un momento indeterminato. Il mandante/scrittore vuol essere letto perché vuol essere ascoltato, perché vuole che le sue idee/istanze/sentimenti vengano compresi e condivisi. Già l’Umanesimo configurava una comunità di lettori di libri che si univano e si accomunavano agli autori attraverso i secoli: una società letteraria a-cronica di persone che avrebbero apprezzato e amato le stesse parole in epoche e luoghi diversi. Questa idea postula l’amicizia, la consuetudine, la comprensione e la comunanza intellettuale con il lettore sconosciuto e futuro.
Oggi, con internet, è tutto diverso, perché si sono liquefatte le convenzioni, le regole, e con esse le idee, che si sono disperse per rivoli talmente reticolari che hanno perso la consistenza tradizionale. Così le nuove narrazioni – spesso collettive – diventano diverse, secondo alcuni sconnesse e poco meditate, sotto-codificate e quindi insufficienti. Sono differenti da com’era la narrazione prima, si sono adeguate ai tempi, e forse stanno preludendo a un mondo in cui ogni cosa può trasformarsi facilmente in qualcos’altro, anche nel suo contrario, senza causare troppe dissonanze. Facendo evaporare le regole, e con esse il senso della complessità del racconto e della parola. Così, nelle nuove comunità di racconto – che sia narrativo, politico ecc. – la concretezza del dire sembra cedere spazio alla pratica della parola come amuleto, come formula salvifica che per il solo fatto di essere pronunciata fa accadere le cose. Quando invece non è così, perché la realtà sta fuori, al di là degli schermi, nei luoghi dove materialmente si determina.

Writing 23

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Penso che passare il tempo con te sia la cosa più bella che mi possa succedere. Anche solo tenerti per mano mentre ti ascolto, ti guardo, ti parlo, e assimilo la tua lettura delle cose. Per questo mi vado convincendo che meriti le riflessioni più profonde, le più precise e incisive, le più dense. Perché devo sentire il tuo spessore, la tua predisposizione al mondo così intensa, la tua immediatezza naturale che ti porta a riconoscere e a assimilare le cose come se ti stessi nutrendo. So che dovrei scrivere il libro, ma non c’è fretta, ora ho bisogno di pensare a te, di focalizzarti, di descriverti dentro me. La tua fisiologia e il tuo essere sono una cosa sola, un mistero da sondare, e per me riuscire a descriverti è un modo per diventare parte del tuo mondo, per partecipare dell’enorme patrimonio che è in te. Una ricchezza capace di rigenerare e ricostruire, ogni giorno.

Writing 20

urlLa mattina, al tavolo di lavoro, la prima cosa che sento l’urgenza di fare, ancor prima delle impellenze che mi si buttano addosso, è scriverti. Su un foglio di carta, che poi ricopio con la tastiera. Scrivo con l’emozione che mi preme in petto e la gola che si stringe. Forse perché sei lontana e posso vederti – per ora – solo in immagine e nelle tue parole. Sempre delicate, che a un certo punto diventano appassionate e gioiose, liberando l’entusiasmo che avevamo da ragazzi e l’esplosione di risate. Sei luminosa quando ti mostri in quei momenti: mi rammarico di non esserci stato quando il mondo prometteva tutto, quando l’energia era sfrontata e assoluta e le tue spalle da nuotatrice sempre in azione. Scriverti è così bello, così liberatorio, così confortante, così emozionante che comincio a vedere, finalmente, il colore di quell’orizzonte che ho inseguito per anni senza riuscire a carpirne il segreto. Ora, vederne il colore è una conquista: finalmente inizia a sostanziarsi, a farmi capire come lo potrò avvicinare. E rimettermi a correre non mi spaventa, anzi, è l’unica cosa che può ricostituire l’insieme di forza desiderante e emotiva che ci guida.

Letteratura alta

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Insomma, il “genere” letterario ha una dignità pari alla letteratura “alta” oppure le è inferiore? Gli scrittori di genere – i giallisti che talvolta ho frequentato – da tempo s’impegnano a rifiutare questo stato d’inferiorità, questo marchio di serie B, affermando che nei loro romanzi ci sarebbero lo specchio della nostra società, l’indagine dell’animo umano eccetera. Arrivando ad affermare che oggi è nel “genere” che si possono trovare le vere chiavi di lettura del reale. Affermazione troppo spinta, secondo me: perché, pur praticando anch’io questo genere, mi rendo conto dei suoi limiti.
Se oggi si tende a rivendicare dignità e valore paritario al poliziesco, credo sia perché la letteratura contemporanea, quella degli scrittori che aspirano a essere “alti”, è fortemente scaduta e non riesce a reggere il confronto con quello che la letteratura alta, non di genere, ha dato nel corso del Novecento. I grandi del nostro Novecento non solo non ci sono più, ma non sembrano ripetibili, per ora. E forse non lo saranno più. La letteratura di genere, per definizione, percorre canoni e modelli stabiliti che tendono a ripetersi, quindi è spesso prevedibile. È una letteratura popolare, che soddisfa un bisogno di immaginario e di esteticità: per questo ritengo abbia comunque una sua dignità. Ma, rendendomi conto dei suoi limiti, che sono oggettivi, non mi sento di unirmi alla battaglia di quei giallisti (per usare un termine improprio) che chiedono a gran voce la pari dignità con la cosiddetta letteratura alta.

[Questo lo scrivevo otto anni fa in un blog.]

Scrittura inviscerata

 

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A questa scrittura pittografica, “scrittura di cose”, che rispecchiava immediatamente una sorta di “visione bruta” del mondo, e come tale era pressoché indipendente dal linguaggio parlato, i Mesopotamici erano così legati che non l’abbandonarono del tutto neppure dopo che ebbero inventato la scrittura sillabica, enormemente più economica. Accanto a segni presi nel loro valore fonetico, cioè sillabico, gli utenti della scrittura cuneiforme si sono ostinati a mantenere l’impiego di quegli stessi segni nel loro antico valore di pittogrammi, e quest’uso primitivo e obsoleto, praticamente inviscerato nella scrittura, è durato circa tre millenni.

Lo stesso segno, cioè, poteva in ogni momento esser inteso, secondo la volontà di chi scriveva, come rappresentasse una cosa o una sillaba: quello del “chicco di cereale (orzo)” per indicare o l’orzo o la sillaba še (il suo nome in sumero); quello del “piede” per “andare” o “stare in piedi/immobile” o “portar via”, oppure per i fonemi du, gub, tum (i quali rispondevano a tali concetti in lingua sumerica). In pratica, la scrittura pittografica tesse fra le cose una quantità di rapporti più o meno imprevedibili o sottili: abitua lo spirito a vedere e a percepire quei legami segreti esistenti fra loro.

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La scrittura cuneiforme fu inventata nella bassa Mesopotamia verso il 2850 a.C., e fu necessario mezzo secolo prima che si perfezionasse il primitivo ammasso di segni mnemotecnici, per diventare un vero sistema grafico che esprimesse la lingua parlata. Per molti anni sarà utilizzato soprattutto per la contabilità e l’amministrazione, poi esteso al settore delle iscrizioni votive e commemorative e, verso il 2600, alla “letteratura” vera e propria. In principio era riservato alla lingua sumerica, poi venne adottato dall’accadica, che lo porta avanti nell’ultimo quarto del III millennio.

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Scrittura della Terra

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Il fatto che per i Mesopotamici gli dèi possono comunicare le loro volontà agli uomini iscrivendole nell’universo – anziché esprimerle attraverso la parola profetica, come fanno gli dèi dei popoli vicini – dipende dalla natura stessa della scrittura mesopotamica, e dall’uso che ne viene fatto. Questa scrittura, in origine, è pittografica: un sistema semplice in apparenza, perché il disegno di una cosa designa quella cosa, ma che in realtà implica un gioco di complesse associazioni, una specie di ginnastica intellettuale, per legare il significato al significante.

In origine, i segni che la compongono designavano ciò che raffiguravano: con uno schizzo preso dal vero (una testa di bovino, delineata nei contorni ma perfettamente identificabile, significava «il bue», «la vacca», «il bestiame grosso»), oppure ridotto alla sua espressione più semplice (il triangolo pubico per «il sesso femminile», «la donna»), o con un simbolo convenzionale (un cerchio tagliato da una croce per «la pecora», «gli ovini»). Per uno stesso segno, la raffigurazione può assumere valori diversi mediante un sistema di associazioni o suggestioni: il disegno di un piede non significa soltanto «piede», ma anche «stare in piedi», e dunque «immobile», o «camminare», «andare», «portare via». Quello dell’«orecchio», non solamente «ascoltare», ma anche «obbedire», «apprendere», «il sapere», «l’intelligenza». Quello della «montagna», «i paesi stranieri», poiché tutto l’Est e il Nord del paese erano delimitati da catene che ne tracciavano i confini col mondo abitato.

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Altre associazioni potevano essere suggerite dalla giustapposizione o dall’intreccio di vari segni. Ad esempio, se unito a quello dell’«occhio», il segno dell’«acqua» significa «lacrime»; unito a quello del «cielo», significa «pioggia». Quello del «pane» in quello della «bocca» stava per «mangiare»; quello della «montagna» unito a quello della «donna» significa «la donna portata da un paese straniero», come preda di guerra, ad esempio: in altre parole, «la schiava».

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