Scrivere come atto comunitario

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Noi abbiamo sempre il timore di imitare qualcun altro, di non avere uno stile personale. Non bisogna preoccuparsene. Scrivere è un atto comunitario. Contrariamente a quanto si ritiene di solito, lo scrittore non è un Prometeo, solo su una montagna di fuoco. È una bella presunzione quella di pensare di essere completamente originali. In realtà noi ci reggiamo sulle spalle degli scrittori venuti prima di noi. Viviamo nel presente, un presente fatto di storia, di idee e di bevande gassate. E tutto questo si mescola in ciò che scriviamo.
Lo scrittore è sempre pronto a innamorarsi. Si innamora di altri scrittori, ed è così che impara a scrivere. Si appassiona a uno scrittore, legge tutto quello che ha scritto, e poi lo rilegge finché non ha capito come si muove, su cosa si sofferma, come vede. Ecco cosa vuol dire innamorarsi: vuol dire uscire da noi stessi, entrare nella pelle di un altro. Se si riesce ad amare ciò che un altro ha scritto, questo significa che in noi sono state risvegliate le stesse capacità. In questo modo si può solo crescere, e non c’è il rischio di scopiazzare. Gli aspetti del modo di scrivere di un altro che fanno parte della nostra  natura verranno assimilati, e scrivendo useremo alcuni di quegli stilemi. Ma non artificialmente. Chi sa amare, si accorge di essere tutt’uno con l’amato. È quello che accadde ad Allen Ginsberg, quando si propose di scrivere in modo che Jack Kerouac lo potesse capire: “… poiché era innamorato di Jack Kerouac, scoprì di essere Jack Kerouac; è qualcosa che chi ama ben conosce”. Leggendo Verdi colline d’Africa, siamo Ernest Hemingway durante un safari, poi diventiamo Jane Austen e le sue donne della Reggenza, e poi Gertrude Stein con il suo cubismo verbale, e infine Larry McMurtry che percorre le strade di una polverosa cittadina del Texas per andare a giocare a biliardo.

Natalie Goldberg, Scrivere Zen, Ubaldini Editore, Roma 1987, pag. 85.

Gli ultimi fuochi

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A questo punto non si sa se abbozzare una conclusione o riconoscere una fine. A parte la crisi di ideali e ideologie, da cui non si sa se usciremo, è difficile dire che cosa sia o possa divenire la letteratura in mezzo al trionfo dei media e dei personaggi, del gusto, e degli atteggiamenti intolleranti e acritici che questi, forse inevitabilmente, propongono, o in alternativa alla violenza e all’ottusità delle tifoserie calcistiche e dei travolgenti ma improvvisati movimenti politici, spesso attigui a nazionalismo e razzismo, oltre che a chiari interessi affaristici. Ci siamo domandati qualche volta, in queste pagine, se la nostra letteratura sia stata in grado di esprimere al meglio i problemi e le angosce del nostro secolo ormai al crepuscolo, e abbiamo dovuto riconoscere che in complesso i nostri scrittori, con eccezioni che abbiamo rilevato, sono apparsi di meno ampio respiro, di più debole capacità di analisi o d’immaginazione che quelli di altri paesi. Oggi poi il confronto diventa amplissimo, perché, dopo quelli dell’America latina, hanno autorevolmente invaso la ribalta scrittori indiani e pachistani, sudafricani e giapponesi, israeliani ed egiziani, e così via. È a questi che si deve se la letteratura sfugge ancora a quell’appiattimento su modelli americani che sembra quasi concluso nelle arti figurative. Ma credo che espressioni di fiducia siano fuori luogo, che la speranza serva solo a condurci meno amareggiati verso la dissoluzione.

Cesare Segre, “Letteratura”, in La cultura italiana del Novecento, a cura di C. Stajano, Editori Laterza, Roma-Bari 1996, pp. 415-416

Il servilismo e la pigrizia

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Dato che leggo in media sette-otto libri alla settimana, la lettura è per me un vizio punito. Per lavoro devo anche leggere molte recensioni, nelle quali dominano – ci si stanca a ripeterlo – il servilismo (al più si registra nel recensore il passaggio, con gli anni, dalla condizione di servo a quella di liberto) e la pigrizia (rieccoli i risvolti e le veline degli uffici stampa, al massimo variati di un aggettivo o rafforzati da un sinonimo).
L’eccesso di lodi forsennate può però provocare rigetto o diffidenza, che scatta anche nei rari casi in cui il giudizio sul libro è negativo. Ci si chiede allora cosa ci sia dietro: forse l’autore sta per cambiare editore? O il recensore ha cambiato datore di lavoro? O forse tra recensito e recensore sono intervenuti fatti privati, faide d’alcova? Ben vengano comunque i giudizi negativi, le voci dissonanti nel coro. Tra l’altro molta stampa si è messa a ospitare rubriche di polemiche, che bisogna pur riempire in qualche modo. Così, tra gli applausi scroscianti, si comincia a sentire qualche fischio. Magari lo si indirizza al libro sbagliato, ma l’importante è piantarla con la lode ecumenica e ritornare a esercitare il diritto di critica, che è esattamente l’opposto della prassi che imperversa, cioè voler au secours du vainqueur.
Il sabato per gli addetti al lavoro è obbligatoria la lettura, in “Tuttolibri”, della classifica dei libri più venduti curata dalla Demoskopea. Al proposito, il commento più azzeccato mi par proprio quello di Giorgio Manganelli, che alla domanda: “Quando vede un bel libro in classifica come reagisce?” ha risposto: “La cosa mi insospettisce molto. Ci dev’essere qualcosa che non va”. Resta il fatto che mentre non è il caso di scandalizzarsi se la cosiddetta letteratura d’intrattenimento è la più letta (ma non è stato sempre così?), ci si può invece immalinconire per la pervicace assenza di alcuni bei libri dall’elenco di quelli più venduti (nella doppia accezione?).
È sempre bene fare esempi, con nome e cognome. Nella narrativa straniera perché non compare in classifica (o, se vi compare – un sabato era in dodicesima posizione se non erro – sembra un errore del proto) il bel romanzo del ceco Bohumil Hrabal Ho servito il re d’Inghilterra? Non è giusto che Kundera monopolizzi il settore (non accetto però di entrare nel “partito anti-Kundera che per svariati motivi si sta prendendo piede. Anche Kundera ha dovuto fare una lunga anticamera per arrivare al successo, e i suoi precedenti romanzi, non inferiori, anzi, all’ultimo osannato, continuavano a cambiare editore perché non li voleva nessuno, e sono tornati solo l’anno scorso in libreria rispolverati dai magazzini). Il romanzo di Hrabal è stato finora molto ben recensito; ma si sa che non basta, le recensioni non sono certo decisive per la vendita (resta ancora più importante il “bocca a bocca”). Mentre è purtroppo decisiva, per propagandare un libro, la televisione del caravanserraglio domenicale, o il grosso battage pubblicitario, che le piccole case editrici non possono permettersi. Manca anche in classifica, tra gli altri, Le cose di Georges Perec, giustamente ristampato a vent’anni di distanza, un godibilissimo e amaro racconto sulla smania consumistica che divora due giovani negli anni Sessanta; manca il bel romanzo di fine Ottocento di Olive Schreiner, Storia di una fattoria africana. Eccetera eccetera. Quanto ai romanzi italiani, spesso bruttarelli, arrivano in classifica, implacabilmente, quelli più bruttarelli di tutti.
Sarebbe insomma il caso di fare un controcanto ai libri più venduti, segnalando soprattutto le assenze e talora deplorando certe presenze. Al servizio dei lettori, che considerano i bei libri forse la migliore compagnia, gli unici a non tradire mai.
Una razza in via d’estinzione quella di noi lettori, che andrebbe tutelata. Dovremmo organizzarci in conventicole, intendendoci con linguaggi cifrati nei luoghi in cui ci incontriamo. Attenzione però a non assentarci in altra stanza con i nostri simili.
Parafrasando Flaiano – “Forse sarà bene tornare di là o penseranno che stiamo parlando” – bisogna evitare che gli altri pensino che stiamo leggendo.

Grazia Cherchi, Scompartimento per lettori e taciturni, Feltrinelli, Milano 1997

I manager

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Settembre, 1987

I manager hanno invaso l’editoria. Con non poche conseguenze. Vediamone una, significativa: sono i protagonisti di qualcosa di molto simile alla compravendita dei calciatori. I componenti delle formazioni tipo, che so, della Mondadori e della Rizzoli, stanno per entrare in campo, quand’ecco arrivano trafelati negli spogliatoi due nuovi giocatori, un difensore (acchiappa-autori?) e un “libero” (con aerei e lingue facili?). Si procede subito allo scambio delle maglie, cosa che avviene con rapidità e disinvoltura: non è la prima volta. Giù le maglie n° 3 e n° 5 della Rizzoli e su quelle della Mondadori. E viceversa.
C’è anche, per la verità, il dirigente che non sa di avere i giorni (o le ore) contati, ma avendo avvertito qualcosa di malaugurante nell’aria se ne sta asserragliato nella sua stanza. Ma la porta viene d’improvviso spalancata e vi si staglia con sorriso da squalo il nuovo inquilino (ricordo che in tempi meno birichini un amico dirigente, col dono della preveggenza, teneva sempre una valigia celata tra i libri, mentre indumenti adatti ad ogni stagione se ne stavano ripiegati nei cassetti della scrivania.)
In particolare quest’anno per seguire gli spostamenti dei dirigenti editoriali è stato necessario prendere appunti, che andavano aggiornati di mese in mese, come per gli scioperi dei trasporti. Chi ci sarà mai alla saggistica Bompiani? E avendo bisogno di un libro, chi risponderà all’ufficio stampa Bollati Boringhieri? Capita per esempio che un dirigente addetto a una nuova collana di élite, appena prima di consegnare l’elenco definitivo dei primi raffinati sedici titoli, esca a colazione con il manager di un’altra ditta. All’imbrunire è intento a raccogliere i suoi oggettini personali: dal 2 gennaio p.v. dal manager prandiale la “varia incolta”. È così che migrano oggi i dirigenti, di qua e di là, aspirati dal miglior offerente, nei secoli infedeli, contenitori pronti a tutti i contenuti, essendo i contenuti pronti a tutti i contenitori.
Ma, a detta di chi ci lavora, questi manager oggi ai vertici dell’editoria, una cosa di buono ce l’hanno: si disinteressano totalmente dei dipendenti. È finito così, forse per sempre, il gioco di diventare i favoriti del principe, e il successivo, fatale cadere in disgrazia (sia ascesa che crollo erano astutamente regolati dall’imprevedibile cappriciosità dell’editore-padrone delle ferriere, comunque al fine di creare competitività); finita la necessità di spiare l’umore dell’editore-re sole fin dal suo ingresso in azienda – e se non si riusciva a intravederlo, si poteva capire qualcosa già dal modo, secco o soft, di chiudere la porta del suo bunker; basta con l’essere trasferiti repentinamente in un altro ufficio non appena nel precedente si era instaurata un’atmosfera di pericoloso affiatamento. Ma è anche finita, bisogna dirlo, la figura carismatica, dalla seduzione pitonesca, dell’editore padre-padrone, difficilissimo da lasciare per via di assurdi ma acuti sensi di colpa. Dell’editore che ha dedicato la vita a quel mestiere: che sarà per lui un hobby, un giocattolo, ma anche l’impegno di tutta la sua esistenza.
Ora però bisogna rimboccarsi le maniche per recuperare, se si è fatto parte della corte di questi carismatici e spesso infantili e ancor più spesso megalomani personaggi, la capacità di giudizio che si è decisamente arrugginita, e andare per esempio alla ricerca dei propri gusti perduti. A tutti questi mutamenti-migrazioni assiste in silenzio il popolo sottopagato dei redattori, delle segretarie, dei grafici, per i quali il problema non è di cambiar posto ma di perderlo.

da: Grazia Cherchi, Scompartimento per lettori e taciturni, Feltrinelli, Milano 1997

cultura

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Chiedere cultura è troppo, per questo Paese? Non sarebbe sorprendente sentirsi rispondere che sì, è troppo. E amare la cultura, esserne portato, può diventare uno stigma, una maledizione? Può diventarlo.
Si dice che chi professa la cultura e l’intellettualità tende a raggrupparsi in insiemi ristretti, in conventicole autoreferenziali e settarie di persone che coltivano inclinazioni snobistiche. Spesso è vero. Ma chi decide di rifiutare questo schema offrendosi al resto del mondo, ovvero a ciò che è fuori e a chi è fuori, il più delle volte rimane emarginato, perché non riesce a connettere i propri peculiari contorni a quelli di chi la cultura non la professa, o a cui semplicemente non è incline. Non combaciando i contorni, non c’è corrispondenza, e quando non si corrisponde si è sostanzialmente — se non formalmente — estranei.
Essere incline alla cultura, dunque, senza necessariamente professarla o reclamarla (per non voler sembrare invadenti o importuni), può diventare un problema, se non una maledizione. Perché quando manca il terreno di coltura appropriato, il prezzo da pagare — se si rifiuta l’aggregazione settaria e autoreferenziale, piena di trappole  — è l’isolamento, sancito dall’emarginazione.

L’eptalogo di Spinazzola

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Nella raccolta di saggi di Vittorio Spinazzola, La modernità letteraria (Net – Il Saggiatore, 2005), incentrata sul genere romanzo dell’ultimo secolo, si ragiona sulla contrapposizione fra testi facili e difficili, fra produzione d’élite e di largo intrattenimento, e sulla dialettica dei rapporti – per lo più contrastati ma necessari – del mondo letterario con l’imprenditoria editoriale.
Nel Prologo, intitolato “Leggere e saper leggere”, Spinazzola enuncia un vero e proprio eptalogo: sette regole auree per la corretta fruizione delle opere letterarie e per il giusto funzionamento dell’industria editoriale e delle strutture culturali legate al libro, visto ancora nella tradizionale struttura di distribuzione cartacea.

1. Il lettore moderno ha innanzitutto diritto a esigere una formazione scolastica che lo metta in grado non solo di leggere ma di saper leggere: cioè intendere adeguatamente il sistema di norme linguistico-letterarie secondo cui i testi che gli interessano sono stati scritti, e apprezzare con proprietà le intenzioni espressive di chi li ha creati.

2. In secondo luogo, ha diritto che le istituzioni statali gli rendano disponibile un sistema di biblioteche pubbliche articolato ed efficiente, dove possa rifornirsi senza difficoltà e senza spesa delle opere necessarie a soddisfare i suoi bisogni di lettura.

3. Se non un diritto, certo un’esigenza primaria è che il commercio librario sia organizzato in modo da rendere largamente accessibile la merce-libro, attraverso punti di vendita diversificati rispetto alle librerie tradizionali: grandi empori, concepiti come contenitori universali bene ordinati; reparti librari dei grandi magazzini, per la produzione di maggior smercio; librerie specializzate, provviste non solo delle ultime novità, ma delle opere più durevoli per un pubblico competentemente motivato; oltre beninteso ai vari tipi di remainders.

4. Un’altra esigenza indiscutibile è quella di provvidenze legislative a sostegno di una distribuzione, magari in forma cooperativistica, che non penalizzi inesorabilmente i piccoli editori ma consenta l’ingresso nei circuiti di mercato anche dei prodotti a bassa tiratura e confezione artigianale.

5. Agli editori il lettore non può che chiedere un maggior sforzo di intelligenza imprenditoriale, come capacità di mediare razionalmente i rapporti tra autori e lettori, senza prevaricare né sugli uni né sugli altri; il che certo significa tenere conto delle domande e attese reali dei vari settori di pubblico, ma non implica la rinuncia all’impegno di prevederne gli sviluppi, fuori delle oscillazioni nevrotiche tra lo sfruttamento smanioso dei filoni di successo consolidato e il rinnovo frenetico dei cataloghi.

6. Un diritto vero e proprio riguarda la richiesta che le attività di promozione libraria rispettino un codice di lealtà, evitando di far passare opere mediocri per capolavori assoluti o libri sofisticatissimi per testi di agevole lettura: tendenze destinate a produrre effetti di frustrazione e disorientamento che si traducono in una diffidenza complessiva verso il prodotto librario.

7. Infine, il lettore ha diritto di chiedere ai critici di svolgere il loro lavoro pensando soprattutto a lui. La questione è di evitare sia l’asservimento agli interessi dei grandi gruppi editoriali sia anche i pregiudizi rigidi a favore di determinate correnti letterarie: e non per la solita pretesa di neutralità informativa, anzi al contrario per fornire indicazioni di lettura chiaramente motivate, ma non imposte autoritariamente. L’importante è che il lettore sappia come regolarsi, dinnanzi alle preferenze dimostrate dal critico: e se ne senta anzi sollecitato a responsabilizzarsi personalmente di fronte al testo. La facoltà di valutare come ognuno crede i libri che legge è un diritto di tutti, da salvaguardare ed estendere sempre più largamente.

Vittorio Spinazzola, La modernità letteraria, Il Saggiatore, Milano 2005.

Zafòn e il mondo letterario

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Il protagonista del romanzo, David Martìn, medita sul mondo letterario: «Non hai voluto essere uno di loro, ti rinchiudi nella tua casona». È lei che parla?

«Non c’è niente in quel mondo che possa interessarmi, per me è come l’associazione amici dell’operetta: non ho un interesse particolare, né nel bene né nel male, a creare gruppetti o a prendere caffè. È una cosa tipica di questo mondo. Si partecipa a queste cose per necessità, non per piacere, gli autori vi prendono parte perché è un modo di sopravvivere: un lavoretto qua o là; tutto quello che si dice in questi contesti è motivato da interessi, mascherati da princìpi; ho avuto la fortuna di poter svicolare da tutto questo. Il presunto microcosmo letterario è letterario all’1 per cento e microcosmo al 99 per cento. Ci si entra, ripeto, perché non si ha altra scelta, perché chi ha altra scelta non ci entra.»
[…]

Alta letteratura in televisione?

«Il 99 per cento della migliore letteratura che si produce oggi, della letteratura di qualità, di gente professionale, che non è pretenziosa, non è pedante, non si atteggia, di quelli che sanno veramente costruire storie e personaggi, in altre parole di quelli che sanno scrivere veramente, la trovi nella televisione o nel cinema, ma soprattutto in televisione. Gente con ambizione, abilità e talento ormai praticamente non si dedica più alla letteratura. La letteratura è diventata un ghetto di mediocrità, di noia, di pretenziosità e di gente che se la tira.» […]

Il lettore se ne accorge di tutto questo?

«Certo, tutto questo i lettori lo percepiscono, perché sono molto più avanti delle recensioni ufficiali della critica, questo bunker degli anni ’70 che è rimasto fermo inchiodato ed è stato scavalcato dalla gente. Qualsiasi lettore ora ha una cultura cinematografica, televisiva, fumettistica o fotografica. Ci sono tante cose che sappiamo leggere e che ormai sono dei referenti inconsapevoli.»

(Da un’intervista a Carlos Ruiz Zafòn, El Paìs – la Repubblica, 2 giugno 2008)