La scrittura sensuale

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Anni fa un’amica mi assicurò che ho una scrittura sensuale. Quando le chiesi di spiegarmelo, me lo disse in una lettera.

«Per “sensuale” intendo una serie di cose insieme, alla base delle quali sta la tua capacità di rappresentare “in presa diretta” (cioè rendendole in modo immediato, senza filtri) le sensazioni e le emozioni dei personaggi, nelle varie situazioni. Che si tratti di attrazione fisica, di paura, di rabbia e così via, in poche pennellate riesci a rendere immediatamente quel tipo di sensazione, favorendo in un modo incredibile l’immedesimazione col personaggio, “simpatico” o “antipatico” che sia. Perché sei bravissimo a passare da un punto di vista all’altro senza soluzione di continuità, sembra di entrare di volta in volta nella loro mente nel loro corpo; perché un aspetto di questa sensualità è che i corpi, nei tuoi scritti, sono sempre ben presenti, non si può prescindere da essi nel comprendere i personaggi. E questo mi piace molto. Mi piace la naturalezza che hai nel parlarne e nel descriverli (e questo è un altro aspetto della “sensualità”) e riguardo poi nello specifico al desiderio fisico, sei insuperabile. Quando Howe desidera la Lazzeri, mi ero tanto immedesimata che ormai la “desideravo” anch’io! Una cosa del genere – così potente – l’ho trovata solo in alcuni brani di Jack London, che ho sempre considerato il cantore numero uno del desiderio: che si tratti di una bella bistecca da mangiare (oggetto di un suo stupendo racconto sulla boxe) o del collo di un marinaio da cingere con le mani (come accade in Martin Eden, dove lei desidera toccarlo in quel modo) tu, lettore, desideri quelle stesse cose, anche se sei vegetariano o non t’interessano i colli dei marinai. E lo stesso accade leggendo te. E anche nel caso del Sonno degli innocenti, ciò che lo rende inquietante è questa vena pulsante (in questo caso di passioni violente: desiderio privo di amore, rabbia, ambizione, ossessione ecc) che attraversa e percorre in profondità tutto il testo, per cui anche una semplice partita di golf, descritta in modo impeccabile e cristallino, in realtà viene “stravolta” perché il lettore attento percepisce questa forza e questa tensione che c’è sotto, fatta di tante cose. Ecco più o meno cosa intendo per sensuale. Non so se mi sono spiegata. Non so se ti ci riconosci. Diciamo che sotto il tuo stile classico pulsa una potenza espressionistica che riesci a incanalare bene e con misura, sfruttandola al meglio. Cioè, io ci vedo questo… e l’ho visto in tutti e tre i tuoi libri.»

La psicologia del talento

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Un talento deve essere fluido, non polveroso, liscio, non accidentato, ma non può fluire in modo troppo liscio, dev’essere profondo e di un certo peso, ma non può essere troppo profondo, e tanto meno pesante. Deve avere una certa ampiezza e una certa calma, vale a dire dev’essere caldo, deve sapersi spingere fino all’incandescenza, ma non può essere mai focoso, mai grossolano, mai goffo. Deve essere freddo, ma deve sempre lasciar intuire il calore, non può mai essere puntuto e sottile, bensì raffinato, e comunque non in maniera esclusiva. Non deve avere modi preziosi, perché la preziosità è ritenuta in genere qualcosa di meramente esteriore, ma deve essere attento e accurato, e allora di per sé sarà di pregio. Non deve mai oscillare di qua e di là, a meno che non se lo imponga per fingersi ubriaco, dev’essere solido, ma evitare la durezza, dev’essere ardente. Dev’essere gioioso e zelante e modesto; nella protervia non è più se stesso, ma qualcosa di diverso e di estraneo, si sfalda, si frantuma e crolla. Se non lavora ogni momento su di sé, con piacere e con la massima fiducia, è un presuntuoso e non vale praticamente nulla.
Deve essere veloce, ma non può mai andare al galoppo, non può fare salti, altrimenti si schianta interiormente. Se però si trascina, è malato e allora a poco a poco muore. Dev’essere coraggioso; essere coraggioso equivale per lui a non essere mai pigro, ma Dio lo protegga dall’impudenza, che è cieca e fa scendere in abissi da cui non vi sono più strade per risalire alla luce. Dev’essere severo con se stesso, mai brusco verso la persona altrui, la persona altrui ha sempre meritato benevolenza ogni volta che la propria ha tenuto gli occhi aperti. Deve essere umile, e sempre lo sarà se sarà sempre consapevole di quel che è. Può anche non esser consapevole, ma questo non può volerlo, è una cosa che porta all’istupidimento; la stupidità, però, abita a due passi dalla perfidia. Dev’essere prudente e parsimonioso, perché possa aver qualcosa da dare al momento di spendere, ma si guardi bene dalla smania di possesso e dalla spilorceria, qualità che si addicono all’usuraio, mentre il talento è destinato dagli dèi ad amare, a dare, a sentirsi partecipe dei sentimenti altrui. Deve essere orgoglioso e sapere che «orgoglioso» è il contrario di altezzoso. Deve essere audace per avere in ogni momento il piacere di respingere offerte umilianti. Deve amare il pericolo, deve soffrire, non può mai rifiutarsi di soffrire, altrimenti si appiattisce e allora soffre davvero.

Robert Walser, Storie che danno da pensare (trad. di Eugenio Bernardi), Adelphi, Milano 2007, pp. 32-33

L’eptalogo di Spinazzola

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Nella raccolta di saggi di Vittorio Spinazzola, La modernità letteraria (Net – Il Saggiatore, 2005), incentrata sul genere romanzo dell’ultimo secolo, si ragiona sulla contrapposizione fra testi facili e difficili, fra produzione d’élite e di largo intrattenimento, e sulla dialettica dei rapporti – per lo più contrastati ma necessari – del mondo letterario con l’imprenditoria editoriale.
Nel Prologo, intitolato “Leggere e saper leggere”, Spinazzola enuncia un vero e proprio eptalogo: sette regole auree per la corretta fruizione delle opere letterarie e per il giusto funzionamento dell’industria editoriale e delle strutture culturali legate al libro, visto ancora nella tradizionale struttura di distribuzione cartacea.

1. Il lettore moderno ha innanzitutto diritto a esigere una formazione scolastica che lo metta in grado non solo di leggere ma di saper leggere: cioè intendere adeguatamente il sistema di norme linguistico-letterarie secondo cui i testi che gli interessano sono stati scritti, e apprezzare con proprietà le intenzioni espressive di chi li ha creati.

2. In secondo luogo, ha diritto che le istituzioni statali gli rendano disponibile un sistema di biblioteche pubbliche articolato ed efficiente, dove possa rifornirsi senza difficoltà e senza spesa delle opere necessarie a soddisfare i suoi bisogni di lettura.

3. Se non un diritto, certo un’esigenza primaria è che il commercio librario sia organizzato in modo da rendere largamente accessibile la merce-libro, attraverso punti di vendita diversificati rispetto alle librerie tradizionali: grandi empori, concepiti come contenitori universali bene ordinati; reparti librari dei grandi magazzini, per la produzione di maggior smercio; librerie specializzate, provviste non solo delle ultime novità, ma delle opere più durevoli per un pubblico competentemente motivato; oltre beninteso ai vari tipi di remainders.

4. Un’altra esigenza indiscutibile è quella di provvidenze legislative a sostegno di una distribuzione, magari in forma cooperativistica, che non penalizzi inesorabilmente i piccoli editori ma consenta l’ingresso nei circuiti di mercato anche dei prodotti a bassa tiratura e confezione artigianale.

5. Agli editori il lettore non può che chiedere un maggior sforzo di intelligenza imprenditoriale, come capacità di mediare razionalmente i rapporti tra autori e lettori, senza prevaricare né sugli uni né sugli altri; il che certo significa tenere conto delle domande e attese reali dei vari settori di pubblico, ma non implica la rinuncia all’impegno di prevederne gli sviluppi, fuori delle oscillazioni nevrotiche tra lo sfruttamento smanioso dei filoni di successo consolidato e il rinnovo frenetico dei cataloghi.

6. Un diritto vero e proprio riguarda la richiesta che le attività di promozione libraria rispettino un codice di lealtà, evitando di far passare opere mediocri per capolavori assoluti o libri sofisticatissimi per testi di agevole lettura: tendenze destinate a produrre effetti di frustrazione e disorientamento che si traducono in una diffidenza complessiva verso il prodotto librario.

7. Infine, il lettore ha diritto di chiedere ai critici di svolgere il loro lavoro pensando soprattutto a lui. La questione è di evitare sia l’asservimento agli interessi dei grandi gruppi editoriali sia anche i pregiudizi rigidi a favore di determinate correnti letterarie: e non per la solita pretesa di neutralità informativa, anzi al contrario per fornire indicazioni di lettura chiaramente motivate, ma non imposte autoritariamente. L’importante è che il lettore sappia come regolarsi, dinnanzi alle preferenze dimostrate dal critico: e se ne senta anzi sollecitato a responsabilizzarsi personalmente di fronte al testo. La facoltà di valutare come ognuno crede i libri che legge è un diritto di tutti, da salvaguardare ed estendere sempre più largamente.

Vittorio Spinazzola, La modernità letteraria, Il Saggiatore, Milano 2005.

Zafòn e il mondo letterario

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Il protagonista del romanzo, David Martìn, medita sul mondo letterario: «Non hai voluto essere uno di loro, ti rinchiudi nella tua casona». È lei che parla?

«Non c’è niente in quel mondo che possa interessarmi, per me è come l’associazione amici dell’operetta: non ho un interesse particolare, né nel bene né nel male, a creare gruppetti o a prendere caffè. È una cosa tipica di questo mondo. Si partecipa a queste cose per necessità, non per piacere, gli autori vi prendono parte perché è un modo di sopravvivere: un lavoretto qua o là; tutto quello che si dice in questi contesti è motivato da interessi, mascherati da princìpi; ho avuto la fortuna di poter svicolare da tutto questo. Il presunto microcosmo letterario è letterario all’1 per cento e microcosmo al 99 per cento. Ci si entra, ripeto, perché non si ha altra scelta, perché chi ha altra scelta non ci entra.»
[…]

Alta letteratura in televisione?

«Il 99 per cento della migliore letteratura che si produce oggi, della letteratura di qualità, di gente professionale, che non è pretenziosa, non è pedante, non si atteggia, di quelli che sanno veramente costruire storie e personaggi, in altre parole di quelli che sanno scrivere veramente, la trovi nella televisione o nel cinema, ma soprattutto in televisione. Gente con ambizione, abilità e talento ormai praticamente non si dedica più alla letteratura. La letteratura è diventata un ghetto di mediocrità, di noia, di pretenziosità e di gente che se la tira.» […]

Il lettore se ne accorge di tutto questo?

«Certo, tutto questo i lettori lo percepiscono, perché sono molto più avanti delle recensioni ufficiali della critica, questo bunker degli anni ’70 che è rimasto fermo inchiodato ed è stato scavalcato dalla gente. Qualsiasi lettore ora ha una cultura cinematografica, televisiva, fumettistica o fotografica. Ci sono tante cose che sappiamo leggere e che ormai sono dei referenti inconsapevoli.»

(Da un’intervista a Carlos Ruiz Zafòn, El Paìs – la Repubblica, 2 giugno 2008)

Il fascino discreto dell’underground

Ho letto questa intervista a Moresco dove dice in soldoni che ogni scrittore underground deve tenere alla propria identità, non entrare nei meccanismi commerciali della grande editoria, anzi non cercare la grande editoria ma semmai sarà la grande editoria a cercare lui, e che deve rafforzare la propria autostima anche se farà underground per tutta la sua vita, perché, dice, c’è chi pensa che non essere visibili sia non esistere, mentre non essere visibili si è vivi lo stesso. Tutta l’intervista sembra ai miei occhi una specie di generosa consolatio a beneficio di tutti gli scrittori che fanno le riviste per cinquanta persone e che in pratica non se li fila nessuno: un invito a tenere duro, a fare il proprio cammino di sconvolgimento del mercato editoriale. E nello stesso tempo una strana difesa, come se Moresco a pubblicare con Mondadori o Feltrinelli avesse fatto qualcosa di male.

Ora, che io esista anche se non mi pubblica Einaudi me ne ero accorto e anche il fisco purtroppo. La grossa verità, che mi pare Moresco non dica, è che essere visibili nel mondo editoriale non è che sia questa grande eccitazione. Anche lui forse si aspettava che una volta pubblicato da Feltrinelli qualcosa cambiasse, qualcosa di grosso, e invece poi le cose che cambiano ci sono, magari dentro, ma non sono delle cose così importanti viste in prospettiva, rispetto ad altre della vita di una persona voglio dire.
Fare underground poi è un po’ l’equivalente colto di quelli che fanno gioco di ruolo, o il sudoku, gente che si vede in combriccole, di solito in strette librerie.
Se parliamo di vita, di felicità, Moresco parla della sua vita, della soddisfazione della sua vita, ecco non credo che la letteratura sia una cosa così rilevante nella felicità di una persona. Mio figlio in quattro anni di vita mi ha dato più emozioni di quelle che mi ha dato «fare letteratura underground» in venti.
«Fare underground» significa in effetti scrivere non pagati, spendere centinaia di euro per andare a leggere cinque minuti in qualche libreria del centritalia, aspettare di salire sul palco per leggere ad altri scrittori che a loro volta sono lì sotto ad aspettare il loro turno: fare underground significa spesso essere ritenuti mediocri e stare con gente che tu ritieni mediocre: una specie di psicoterapia di gruppo. Quello che ti salva è che talvolta, non molto spesso, alla fine ci esce una pizza in cui si può parlare male di quelli che si sono venduti al cattivo mercato editoriale.

Matteo Galiazzo e Fabrizio Venerandi

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Descrizioni 3

 

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Il primo capolavoro di Honoré de Balzac, Gli Chouans (1829), è segnato dai canoni e dai luoghi comuni tipici della produzione popolare di feuilletons. Il libro, ambientato nel 1799, si apre sulla marcia da Fougéres a Mayenne compiuta da una colonna di soldati repubblicani. Quando si sta per varcare i confini della Bretagna, il comportamento recalcitrante delle reclute fa sospettare al capitano Hulot che stia per scatenarsi un attacco degli Chouans, i ribelli controrivoluzionari.

A questo punto, la suspense viene alimentata dal moltiplicarsi degli indizi inquietanti. E quando la tensione è al colmo, sulla scena compare un sinistro personaggio, sicuramente legato ai ribelli, che per qualche oscuro motivo si presenta al capitano Hulot. Con quale intento? Per tendere un tranello? Per scendere a patti?

Proprio quando la curiosità del lettore è massima, Balzac piazza una descrizione dettagliatissima dello sconosciuto, che si scoprirà essere il sanguinario Marche-à-Terre. A quel punto, com’è intuibile, il lettore vuole vederci chiaro sulle intenzioni dello sconosciuto: tutto quell’interesse per descrivere l’abbigliamento esotico e l’aspetto feroce dello Chouan non può certo competere con l’inquietudine per le sorti della colonna di Hulot. Così, tende a scorrere velocemente il brano descrittivo, o addirittura a saltarlo.

Qui, l’inserimento dell’ostacolo descrittivo acuisce l’impazienza del lettore, ottenendo per contrasto un forte effetto di suspense. La noia causata da quell’interruzione accresce le aspettative dell’azione: superfluo aggiungere che, puntualmente, l’imboscata avrà luogo.

Balzac, dunque, sfrutta l’espediente narrativo del ritardare il compimento dell’azione principale con l’inserimento di zeppe digressive, soprattutto descrizioni. La si definisce tecnica del ritardo, che individua le sue prime espressioni addirittura nell’epica antica, visto che la struttura dei poemi omerici non prevede una scansione serrata delle azioni, ma tende invece a disperdersi in molte direzioni.

Descrizioni 2

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Per Émile Zola, massima espressione del romanzo naturalista francese, ogni pausa descrittiva denuncia l’artificio letterario, cioè tradisce l’intrusione del narratore nel testo. Secondo lui, la presenza dell’io narrante dovrebbe sparire, o ridursi al minimo. E devono ampliarsi le sezioni descrittive, per chiarire l’influenza dell’ambiente su personaggi e vicende.

La sua polemica contro gli artifici della letteratura riguarda soprattutto le contorsioni della trama: le quali, se vengono ridotte, lasciano spazio a maggiori espansioni descrittive. In questo senso, lo svolgersi degli eventi narrati si mette al servizio della descrizione naturalistica di ciò che sta intorno. Questo perché il narratore non deve (come invece avviene in Balzac, o in Manzoni) intervenire personalmente nel romanzo, guardando le cose coi suoi occhi; devono essere le componenti del romanzo a raccontarsi da sé, senza l’intervento dell’autore.

Si arriva al quasi-paradosso in cui certe sequenze di azioni e certi movimenti di personaggi avvengono solo in funzione della descrizione che si deve fare. Ad esempio: se si deve descrivere il volto di un personaggio, si fa in modo che venga a trovarsi davanti a uno specchio, perché non è ammesso che sia il narratore esterno, e onnisciente, a raccontarlo. Quindi, verrà creata una sequenza ad hoc, in cui il personaggio in questione va davanti allo specchio e si guarda, perché possa avvenirne la descrizione attraverso i suoi occhi. La “funzione-sguardo”, insomma, dev’essere sempre delegata a un personaggio. E ogni volta bisogna creare una motivazione narrativa (psicologicamente plausibile) che gli consenta di soffermarsi sull’oggetto da descrivere. Quindi, abbiamo la narrazione al servizio della descrizione.

Così, la descrizione naturalista necessita sempre di un personaggio che presti il suo sguardo al narratore, e si tratterà di un personaggio vuoto, privo di una spiccata individualità e disposto a ricevere passivamente gli stimoli esterni. In genere, un personaggio poco dotato della capacità di realizzare i suoi desideri. Un personaggio che, facendo da tramite fra il narratore e la porzione di reale da descrivere, non interviene attivamente sull’ambiente che lo circonda, ma si limita a registrare, senza modificare le sue condizioni di esistenza.