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Quello che ci ha lasciato la tragedia greca è l’interrogativo permanente, incalzante, forse irrisolvibile sul destino dell’uomo. Un’indagine che segue percorsi non codificabili coi criteri di una scienza. Un’investigazione totale che investe ogni aspetto del nostro essere, compreso quello del dolore. La soluzione, l’orizzonte, sono solo possibilità a cui non si riesce ad approdare: un arrivo che possa insegnarci, anche nel dolore più grande, che cosa è male, che cosa è bene.

New York

New York Times Square

La gente adora parlare di quel che è veramente successo… A New York, tra la gente del mio tipo, vige il presupposto che si possa sapere tutto delle reciproche esistenze. Si prende qualche indizio, lo si considera con una certa raffinatezza, e si sa tutto. In fondo, questa è una città che non ammette misteri, una città decisa a depredare, ad arraffare o a rivelare. Trovo le chiacchiere newyorkesi orrende, le conclusioni personali stupide, e tanto l’idealizzazione, quanto la demonizzazione dell’esperienza altrui, odiosa e spregevole. E l’ipocrisia di fondo, i giudizi sparati come se tutto fosse noto, le bugie, l’inganno, l’infinito banditismo orale che vige qui tra ebrei e gentili del pari, la fredda ambizione, è, lo ripeto, invivibile.
Quello che non manca veramente in questa città è gente capace, gente competente, che man mano che si fa strada nel mondo si ritrova ad avere una vita professionale sempre più complicata. Come è logico, questo li consuma, e il mostruoso residuo che sopravvive è incapace di emozione, ma la desidera, con uno struggimento e un’inadeguatezza terribili e terrorizzati. Questo residuo mostruoso è incapace di amicizia, incapace di qualsiasi cosa. (Quello di cui è capace è un meraviglioso, quand’anche orchesco, cameratismo.)

Harold Brodkey, Questo buio feroce, Rizzoli, Milano 1999, pp.39-40

Ottimismo americano

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Ottimismo. Speranza. La nostra passione americana per i discorsi promozionali, gli slogan pubblicitari e la dipendenza che ne abbiamo ricavato culturalmente a rendere rappresentativo non quello che funziona o merita di essere conservato, ma quello per cui val la pena di lavorare — questo, in luogo della tradizione, è nervosamente vitale. È anche una forma di pazzia, un’avidità ossessiva a che il futuro rimpiazzi il senso della storia. ma è il fondamento dell’America — questo guardare al futuro. Noi-creeremo-una-nazione, e avremo giardini, piscine e chirurgia plastica. I discorsi di Franklin Roosevelt per esempio — se li confrontiamo con quelli di Churchill, capirete di cosa sto parlando. Lo capirete dal ritmo, dalle immagini a cui ricorre e dalle sue asserzioni. Roosevelt propose le quattro libertà, e Churchill offrì sangue, fatica, sudore e lacrime. (Oppure confrontate Twain con Wodehouse. O Groucho Marx con Waugh.) Il senso americano della tragedia è talmente diluito dal sogno a occhi aperti da sembrare quasi ridicolo. Noi americani raffazzoniamo simboli alla bell’e meglio, come forma di propaganda, una irrealtà attiva. Paragonate il sigaro di Churchill con il bocchino da sigarette di Roosevelt. (O la passione per l’alcool di Churchill, dichiaratamente scoperta, con la sedia a rotelle di Roosevelt, che praticamente non veniva mai fotografata.)
La Dichiarazione di Indipendenza, la Costituzione e gli Emendamenti hanno una strana somiglianza con i testi pubblicitari, con il tipo di garanzia che in genere offre la pubblicità. E la pubblicità sta al nichilismo e alla minaccia di paradiso e inferno come la materia sta all’antimateria. I fondamenti che individuano la classe media in America non hanno niente a che vedere con la classe sociale nel senso europeo, hanno invece tutto a che vedere con un anelito utopistico. L’equivalente americano (che non è affatto equivalente) della buona borghesia è un mercato socialmente indefinibile di consumatori che, come comun denominatore, sono ricchi e arroganti. facili da intimorire ma non altrettanto facili da reprimere. Qui, dato che la cultura è così instabile (e così nuova), l’elemento dominante è quello pragmatico, il know-how delle cose: come essere felici o ragionevolmente appagati e benestanti; come comportarsi con gente di tipo superiore che ha uno status, che, per dire, ama l’opera; come fare queste cose nell’immediato futuro migliore. Il tutto ha un toono tipo “Da che parte stai?”. Il sogno americano, come in Twain (e Hemingway), è quello di ricostruire dopo l’alluvione, trovandosi in condizioni migliori di prima, di superare questa o quella sfida, fino alla morte, morte inclusa.

Harold Brodkey, Questo buio feroce, Rizzoli, Milano 1999, pp. 55-56

Nel capitombolo siamo noi stessi

Dio, nel senso della realtà tutta, o di qualsivoglia realtà esistente — l’universo, tutti gli universi — Dio, nel senso in cui lo intende la mia anima, sembra dare chiari segni che Lui ami la coniugazione al presente ancor più di quanto la ami la consapevolezza. (Ho la tendenza a riferirmi a Dio come a Lui, ma non lo penso necessariamente come maschio.) Il nostro senso del presente di solito procede a ondate, con la mente che ogni tanto fa un ruzzolone nei vagheggiamenti. Di solito, torniamo a cavalcare l’onda, ruzzoliamo giù e riguadagniamo la cresta per ruzzolare di nuovo e così via all’infinito, ma è nel capitombolo che siamo noi stessi, egocentricamente, e vediamo e capiamo le cose. Forse la realtà effettiva appartiene alla coniugazione presente, ma quello che noi siamo è in questo ruzzolare via e tornare. Ma ero troppo stanco per quell’impresa; nessuna argomentazione, neppure la logica matematica, poteva mandare in corto circuito o alterare la natura dominante del presente. Questa volta, in questi momenti, non avevo nessun posto in cui cadere. Era tutta una coniugazione al presente.

Harold Brodkey, Questo buio feroce, Rizzoli, Milano 1999, pp.49-50

# 13

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Forse una cosa che mi piacerebbe è indagare i misteri profondi dell’io. Potrebbe essere la vocazione di cui non mi sono accorto, mentre la cercavo in questi anni. Dedicarsi a un’autocontemplazione in cui si esplora l’animo umano e lo si seziona fino alle scaturigini del piacere e del dolore. E intanto le sensazioni sgradevoli ritornano, con tutte le incertezze sul senso dell’esistere. Innanzitutto, non si è sicuri di meritare d’essere amati. Può essere che gli altri non vedano le cose giuste? Che siano condizionati da qualche fattore che impedisce di percepire la realtà com’è? Questi sprazzi di smarrimento arrivano senza bisogno d’essere giustificati, hanno rilevanza in sé, come dati di base. Dalle basi si costruisce e, eventualmente, si confuta. Poiché ho fatto molti danni nella vita, e solo una fortuna sfacciata può avermi fatto superare situazioni che per altri son state insuperabili, la merito tutta questa fortuna? Merito il privilegio d’essere amato? Ancora non riesco a trovare cose buone che possano giustificare i miei privilegi, primo fra tutti d’essere sopravvissuto. Che è un privilegio tutto da dimostrare, poi. Mi piacerebbe porre questi interrogativi alle persone, guardandole e ascoltandole, ma non è possibile, ora. Sono costretto a scriverli, e a macinarli nella testa.

Orso bianco

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Anche nella morte può esserci poesia.
L’ho visto in un documentario sulla vita nel Mare Artico, dove un orso bianco è stato costretto a nuotare per giorni, a causa dello scioglimento della piattaforma di ghiaccio su cui si trovava, e alla fine, esausto, è approdato su una riva dove riposava un branco di trichechi. La prima cosa che doveva fare era mangiare, altrimenti le forze l’avrebbero abbandonato. Ha adocchiato alcuni cuccioli e ha tentato di prenderne uno, ma i trichechi si son stretti intorno e l’hanno respinto, così l’orso ha dovuto spendere le ultime energie lottando con loro, mentre uno riusciva a colpirlo con le zanne in una zampa. Dopo tanti sforzi non è riuscito a prender nulla, s’è trovato ferito e sfinito, e non ha potuto altro che allontanarsi zoppicando. Poi s’è accasciato sul ghiaccio, a poca distanza dal branco. Il mattino dopo era morto: la possente sagoma immobile, coi trichechi sullo sfondo a guardarlo indifferenti, occupati nella loro pigra socialità.