# 46

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Ricavare un senso dalla propria vita è doveroso, necessario, essenziale. Ho sempre inseguito la bellezza, e ho sofferto ogni volta che sentivo di non riuscire a raggiungerla, o di dovervi rinunciare. Una condizione che m’ha accompagnato fatalmente, forse fin dai primi anni, come una vocazione. E quando il dolore si fa sordo e pervasivo, diventa importante — essenziale, direi — riattivare quelle funzioni vitali che s’erano messe provvisoriamente in sonno, per la pigrizia dell’abbandonarsi. Quelle fisiologiche innanzitutto, con la focalizzazione del fare, e quelle intellettuali, con il riannodarsi dei fili che s’erano staccati dalla rete cognitiva.

# 34

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Il senso di tutta questa fatica non si vede. Che non è poi una gran fatica, a ben guardare: c’è chi ne fa molta di più. Ma per me è troppa. Affrontare le giornate e portarle a termine è insopportabile, e mi domando come si faccia a reggerlo. Forse è l’attitudine fisiologica fondante di ogni essere umano, quella di mantenersi in vita, a trainare. Dunque, chi si toglie la vita dovrebbe aver subìto una rottura nel proprio reticolato fisiologico, proprio nel filo che lega all’imprescindibile bisogno istintuale di esistenza. È come rompersi un tendine, forse, che se non viene riallacciato lascia il campo libero al gesto.

# 33

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Qui si continua ad andare avanti, ma la finalità non s’intravede. Il termine ultimo, nel senso di “scopo” al quale dovrebbe tendere una vita. Altrimenti diventa attività biologica che s’aggancia alle contingenze, quelle prodotte dal combinato disposto dei fenomeni naturali e artificiali che si manifestano quotidianamente. Quelli dai quali non si può prescindere, che ci condizionano irrimediabilmente, a meno che si decida di immergersi in una realtà fittizia. Dunque, coltivare la freddezza può essere un buon modo per riuscire a sopravvivere. Una distanza calcolata verso le cose che accadono e quelle che si agitano nella testa, come reazione fisio-chimica ai fenomeni esterni. La freddezza anche verso le persone, quelle che ci si rivolgono con ogni intento, che è per lo più negativo, secondo le caratteristiche di base del vivere sociale.

Keep on believin’

 

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Ci arriverai, perché sei troppo brava e volenterosa, hai troppo talento. E poi ispiri fiducia e simpatia, e sprizzi un’intelligenza densa e palpabile. Hai un grande futuro, si tratta solo di fare i percorsi giusti. E se qualcuno insinua che devi rinunciare a quello in cui credi, che devi rassegnarti, se qualcuno si permette una simile arroganza, non devi ascoltarlo, perché non può sapere chi sei. Vai avanti, ma senza indurirti: devi rimanere te stessa. Consapevole del tuo valore, mai soggetta alla prevaricazione e alla supponenza altrui. Nessuno può impedirti di esprimerti liberamente, perché hai una personalità bella forte: e ogni nuovo tassello andrà ad arricchire il patrimonio che hai dentro, per riprenderti i tuoi diritti.

Don’t stop believin’

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Quando non ci sei, questo posto perde personalità. La cosa è evidente. Sei tu a dargli un’impronta, per come ti muovi, per come guardi, per come ti apri all’altro. Per come sorvegli. Il tuo esserci è diverso: per questo non devi aver paura. Tu sei stabile, decisa ad andare avanti senza incertezze, mentre è lei precaria, a un passo dall’essere spazzata via.

# 26

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Francis Bacon incarna questo, in certe sue rappresentazioni, l’urlo dell’annientamento graduale, del non esserci quasi più, dell’essere mangiati dall’insensatezza del biologismo umano. Essere divorati da una tenia che assorbe pian piano, per trasformare in nulla, un nulla rielaborato a partire dal magma primordiale e che alla fine non porta da nessuna parte.

# 25

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Da bambino non ero capace di farmi rispettare. Mettermi i piedi in testa e ingannarmi era un gioco facile. Ero ingenuo e mi fidavo di tutti. Tenero, fragile e indifeso. A casa i miei genitori litigavano quotidianamente e non perdevano occasione per dichiararsi il loro odio. Mentre io ero capace d’innamorarmi a undici anni, e anche per questo venivo preso in giro e emarginato. Ci sono voluti decenni perché m’indurissi. Forse è anche questo che mi fa soffrire: aver dovuto assumere una forma posticcia d’insensibilità per poter sopravvivere e mettere sotto tutti quelli che tentavano di danneggiarmi. E alla fine l’ho spuntata, non so quanti ne ho fatti fuori. Mi sono creato una barriera protettiva che quasi nessuno può scalfire. Ma se questo è stato utile, ora quando vedo la bellezza mi viene da piangere, perché non mi sento capace di farne parte. Spesso mi sento inadeguato, incerto, estraneo al mondo. E mi chiedo se ne è valsa la pena, visto che ora non so da che parte guardare.