il manifesto, agosto 2011 (2)

url Da il manifesto, 19 agosto 2011

Un lavoro da samurai

di Antonio Franchini
direttore editoriale della narrativa Mondadori

Pochi lavori intellettuali sono così vari e richiedono competenze così dissimili e addirittura contrastanti come i mestieri dell’editoria. È l’unico ambito in cui alle persone che fanno marketing si chiede di leggere libri fino al punto da farsene coinvolgere nel profondo dell’anima e agli editor di affinare la propria sensibilità al mercato fino al punto da non fidarsi più del proprio gusto. Anche se – ed ecco il primo paradosso di questo mondo variegato e impuro – non è mai così fino in fondo, perché mortificarsi, tradirsi, farsi cinici è il modo migliore per fallire.
Gli editori che non credono in un sogno non durano.
Una simile somma di competenze eterogenee in vista di un fine ambiguo, sempre sospeso tra il culturale e il mercantile, tra l’ideale e l’utilitaristico, a qualcuno potrà sembrare una macchinazione subdola, un insieme di tecniche elaborate per abolire le complessità, smussare le punte più acuminate dello stile, spianare il senso estetico dei lettori. E difatti, da qualche anno a questa parte, si è andata sviluppando una sorta di critica dell’editoria che, limitandosi a volte all’obiettivo di inquadrare le strategie degli editori, altre volte si sostituisce alla critica letteraria tout court, tanto che capita di leggere critiche agli scrittori che in realtà sono prima di tutto critiche agli editori che li hanno pubblicati. Continua a leggere “il manifesto, agosto 2011 (2)”

Studi sul romanzo rosa: Volo e la personalità schizoide

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Non certo la Bildung dei personaggi romanzeschi classici, lenta e legata ai progressi di una psicologia che si sente e si vuole unitaria; semmai una trasformazione istantanea e ingiustificata, a rischio continuo di reversibilità, legata a una personalità vagamente schizoide; una psicologia in continua espansione, sulla quale è preferibile non farsi domande:

«Non ho mai fatto una cosa così per una donna, e non so nemmeno perché l’ho fatto adesso.»
«Beh è un buon segno, no? O preferivi essere ancora una volta la stessa persona?» (Ibid.: 130)

Il cambiamento è così repentino da non dare il tempo di classificare la contraddizione, organizzarla, ed eventualmente superarla; l’importante non è capire, ma vivere. E quando i personaggi riflettono sulla loro esperienza è solo per concludere che è meglio non riflettere troppo; le esperienze valgono per la loro capacità di svilupparsi in orizzontale (cioè in ricchezza e varietà di soluzioni), non in verticale (cioè in profondità e in durata). A essere rimosso a favore di una presentificazione onnipotente è soprattutto il passare del Tempo, inteso come costruzione e usura:

Ciò che stavamo vivendo non era come quando si è innamorati, era una cosa nuova. Forse non migliore, ma sicuramente diversa. […] Non stavamo costruendo un rapporto, lo stavamo semplicemente vivendo. (Ibid.: 236)

Il narcisismo dei personaggi è pervasivo e simmetrico; l’amore, la proiezione di un fantasma su uno specchio (o una «sega mentale», Ibid.: 128), un gioco tra estranei che del resto non vogliono tanto conoscersi quanto riconoscersi – specchiati – negli occhi dell’altro:

Quella mattina ho visto il suo sguardo riflesso dal finestrino. Mi guardava. Ci siamo incontrati lì, su quel vetro che, in trasparenza, riusciva a catturare le nostre immagini. E lì, nell’incontro dei nostri visi specchiati, ho scoperto che è molto più intimo uno sguardo incrociato che uno diretto. (Ibid.: 21) Vorrei evaporare in mille bollicine e ricompormi sul vetro dietro di te, dove l’altro giorno ho visto la tua immagine e la mia riflesse. Vorrei essere la stessa immagine di me che l’altro giorno non ho riconosciuto. (Ibid.: 127)

Tu sei la donna con cui mi sono sentito più bello e ciò che ho visto di me stando con te sarà eterno. (Ibid.: 216)

Gianluigi Simonetti, “Come e cosa desidera la narrativa italiana degli anni Zero”, Between, III.5 (2013)

Studi sul romanzo rosa: Moccia, Volo e il nucleo vuoto

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In Moccia, invece, o in Volo – per riprendere i due nomi fatti prima – un’analoga opposizione tra individualismo centrifugo e simbiosi centripeta si presenta simultaneamente, e investe tanto i protagonisti maschili quanto quelli femminili, oggetto e soggetto del desiderio. Si potrebbe parlare di una scissione al cuore di tutti i personaggi principali, se non fosse che questa opposizione senza ambivalenza non viene affatto percepita, e tantomeno tematizzata, come una scissione. Tutti i protagonisti di Moccia e Volo sono costruiti attorno al nucleo – vuoto – di una infinita disponibilità al desiderio (e quindi anche a desideri contrastanti tra loro); c’è qualcosa di antropologicamente nuovo, e di profondamente consumistico, in questa ‘impossibilità di negarsi’ – e, fondamentalmente, di scegliere:

Una delle cose che mi piacevano con Michela era che con lei si  poteva andare ovunque. Sia nei posti ignoranti, anche un po’ squallidi, sia nei posti eleganti. Senza nessun problema. Aveva la capacità di scendere e salire dai tacchi, entrare e uscire da abiti e jeans senza mai essere diversa. Era sempre lei in qualsiasi situazione. (Volo 2007: 225)

«Amo giocare. Essere libera. […] Sono felice di me anche quando faccio la spesa e spingo il carrello. Se mi va la sera esco, altrimenti me ne sto a casa a leggere o a guardarmi un film […]. Sono indipendente. Difenderei questa condizione con tutte le mie forze. Sempre. Eppure anch’io a volte avrei bisogno di un abbraccio, di arrendermi e perdermi tra le braccia di un uomo. Un abbraccio che mi faccia sentire protetta anche se so proteggermi da sola… Sono in grado di fare le cose di cui ho bisogno, ma a volte vorrei far finta di non esserlo per il piacere di farle fare a qualcun altro per me. È una sensazione. Ma non voglio stare con un uomo per questo. Non posso scendere a compromessi, e non posso rinunciare a tutto quello che ho, alla mia libertà, per quell’abbraccio». (Ibid.: 145)

Avrei voluto essere quell’abbraccio in cui desiderava perdersi. Protetta e libera di lasciarsi andare, perché tanto c’ero io a prendermi cura di lei, a difenderla dal freddo e dal male. (Ibid.: 195)

«Protetta e libera di lasciarsi andare»: in Volo, come in Moccia, il compromesso è localizzato in una formula – la «libertà dell’amore» – sulla cui contraddittorietà logica il lettore è invitato a sorvolare:

Sto molto bene da solo, e la mia vita senza di te è meravigliosa. Lo so che detto così suona male, ma non fraintendermi, intendo dire che ti chiedo di stare con me non perché senza di te io sia infelice: sarei egoista, bisognoso e interessato alla mia sola felicità, e così tu saresti la mia salvezza. Io ti chiedo di stare con me perché la mia vita in questo momento è veramente meravigliosa, ma con te lo sarebbe ancora di più. […] Più una persona sta bene da sola, e più acquista valore la persona con cui decide di stare. (Volo 2003: 178)

Una soluzione a breve termine della contraddizione tra il volersi amare e il voler essere liberi, in Il giorno in più, è quella del «fidanzamento a termine»; fin dall’inizio della loro relazione i due amanti decidono che staranno insieme solo per nove giorni, per poi lasciarsi di comune accordo. Una specie di cura omeopatica per proteggersi dai sentimenti. Guarire da quella sindrome che è lo stabilire legami è possibile attraversando per il tempo della terapia un legame in miniatura, un microfidanzamento, «senza paranoie sul futuro, senza mettere tra noi tutto il nostro passato» (Volo 2007: 168):

Libero di essere ciò che volevo. […] Pensandoci bene, l’idea che, comunque fosse andata quella storia, sarebbe durata solo nove giorni, stranamente mi tranquillizzava. (Ibid.: 165)

Gianluigi Simonetti, “Come e cosa desidera la narrativa italiana degli anni Zero”, Between, III.5 (2013)

Studi sul romanzo rosa: Moccia e Volo (2)

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In quest’ambito il romanzo non spinge il lettore a capire, ma a «rilassarsi», a «stare bene» – o almeno a darsi un tono; la cultura stessa, quando se ne parla direttamente, rappresenta meno uno strumento di conoscenza e di accertamento che un ‘oggetto’ utile soprattutto ad arredare la coscienza di chi legge, o a sedurre:

A volte, mentre passeggio, mi viene voglia di andare in una libreria. Entrare e trascorrere del tempo, prendendo ogni tanto un libro in mano, mi rilassa. Mi fa stare bene. Mi fa sentire sempre un po’ più intelligente e interessante di come sono realmente. Se poi incrocio lo sguardo di una donna, solitamente le faccio un sorriso delicato e educato. Mi sento un uomo affascinante in una libreria. (Volo 2007: 62)

Così facendo, la paraletteratura si sottrae a quel compito di smascheramento dei meccanismi inautentici del desiderio che il novel ha esercitato e tendenzialmente continua a esercitare, nel ghetto dorato di quella che chiameremo, per capirci, letteratura ‘in senso forte’; si direbbe piuttosto che insegua il cinema di genere, e in parte la fotografia, nella ricerca di un’immagine del desiderio antirealistica, patinata e senza spessori. Un’immagine da consumare, da possedere – non da conoscere.
Il contributo della letteratura triviale risulta dunque specifico, e andrà analizzato iuxta propria principia, e integrato alla fisionomia generale del campo letterario. Se quel che si intende costruire, attraverso lo studio della letteratura, è un abbozzo di storiografia del presente, le scritture di consumo devono restare all’interno dell’ambito d’indagine, anche al prezzo di modificarne il perimetro: è questa la terza delle correzioni che occorre applicare ai nostri postulati di partenza. Tanto più che la paraletteratura tende a essere, molto più della letteratura ‘in senso forte’, espressione diretta del desiderio; perché più prossima alla materializzazione e alla realizzazione del fantasma, e perché in collegamento meno mediato con l’inconscio stesso.
Senza rinunciare alla possibilità di fornire uno schema generale ma unitario, il nostro discorso non potrà quindi fare a meno di distinguere tra una narrativa esplicitamente di consumo, declinata nei sottogeneri a volte mescolati del rosa e dell’erotico, e una che si vuole ‘forte’, e in alcuni casi specificamente sperimentale. In mezzo, una narrativa sospesa tra ricerca di riscontro mercantile e aspirazione alla vidimazione culturale – presenza forte negli scaffali delle nostre librerie. Una letteratura che definirei di «nobile intrattenimento» – come ho sentito dire, durante una conversazione privata, dal funzionario di un’importante casa editrice italiana, persona intelligente e abile scrittore in proprio.

Gianluigi Simonetti, “Come e cosa desidera la narrativa italiana degli anni Zero”, Between, III.5 (2013)

Studi sul romanzo rosa: Moccia e Volo (1)

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Prima di cominciare la lettura dei nostri testi sarà il caso di tener presente che la lirica (e la musica) moderna hanno immaginato l’eros con meno inibizioni del novel; basti pensare alla proposta simbolista (ed ermetica) di un desiderio disseminato e indeterminato, sottratto al tempo e allo spazio. Quando, nel corso della sua storia, ha voluto parlare direttamente di desiderio, il romanzo si è spesso rifugiato nelle allegorie, nelle fiabe, nel romance – oppure, col novel, ha ripiegato nel racconto demistificante dei desideri ‘normali’: cioè dei desideri borghesi, compromissori e abbassati.

2. Esiste però, ed è sempre esistito, un ambito di genere nel quale il romanzo stesso ha ceduto generosamente alla cattiva infinità del desiderio, e anzi se ne è nutrito: è quello del rosa, e della narrativa di consumo di argomento erotico–sentimentale. Opere seriali pubblicate in collane specifiche, a volte assemblate da semplici redattori – ma anche, a un livello più elaborato e meno modulare, romanzi ‘d’autore’ (e se possibile, oggi, di autore transmediale), disponibili in collane di narrativa generalista; romanzi tout court nei quali però sopravvivono chiari elementi di genere. Ebbene, all’atteggiamento critico e realistico del novel, alla sua pervicace volontà di razionalizzare, sminuire e smascherare, il romanzo rosa e quello erotico–sentimentale contrappongono da sempre, e continuano a contrapporre, l’incommensurabilità, l’ineffabilità, l’infinità dell’eros:

E’ l’amore. L’amore con la A maiuscola, l’amore folle, quella felicità assoluta, quello per cui non esiste più nessuno per quanto è bello. Amore infinito. Amore sconfinato. Amore planetario. Amore, amore, amore. Tre volte amore. E vorresti ripetere questa parola mille volte, e la scrivi sui fogli e scarabocchi il suo nome,
anche se poi di lui non sai quasi niente. (Moccia 2007: 357)

Gianluigi Simonetti, “Come e cosa desidera la narrativa italiana degli anni Zero”, Between, III.5 (2013)

SUL DECLASSAMENTO DI GIULIO CESARE GIACOBBE

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Quando alla Tevis & Partners abbiamo declassato Giulio Cesare Giacobbe, abbiamo notato come l’autore, dopo essersi distinto come psicologo d’avanguardia, cominciava a proporsi anche come “stronzologo”, disciplina che negli ultimi tempi sembra entrata in voga. Infatti, nel penultimo libro, Il fascino discreto degli stronzi, si legge in calce a pag. 11 una nota che sembra introdurre le linee programmatiche del testo:

9788852010415_p0_v1_s260x420Sul fatto che la merda abbia un cattivo sapore sono tutti d’accordo. Ma è una di quelle cose contro le quali la scienza si batte da secoli: si dà per scontato un fatto senza che nessuno lo abbia mai verificato con la propria esperienza. Bisogna trovare un coraggioso, o una coraggiosa, che la faccia, questa esperienza, e riferisca poi all’intera umanità come sta la faccenda. Magari scopriamo che è buonissima. E magari ci si può anche risolvere il problema della fame mondiale.

Prendendo le mosse da questo tipo di considerazioni, l’autore sviluppa le proprie tesi stando a metà tra la facezia e l’iperbole, con l’intento di attrarre lettori che apprezzino il linguaggio parlato e i temi trivial-scatologici. In tema con la cacca e la piscia nelle famose narrazioni da gabinetto di Fabio Volo , e in accordo con una linea editorial-commerciale che l’editore Mondadori sembra coltivare con buona lungimiranza.

(read more: http://tevispartners.wordpress.com/2013/03/31/t-file-107-downgrading-di-g-c-giacobbe-2)

SUL RATING DI GIULIO CESARE GIACOBBE

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Quando alla Tevis & Partners si è rivisto il rating di Giulio Cesare Giacobbe, ci si è chiesti cosa abbia determinato un calo così repentino della qualità “pubblicistica” dell’autore (perché non si tratta di letteratura in senso stretto) quando è passato dall’editore Ponte alle Grazie all’editore Mondadori.

C’è forse uno standard di fruizione che la casa di Segrate non ritiene valicabile, per le proprie collane di “Varia”? Si tratta forse di una sorta di omologazione che l’apparato aziendale impone per migliorare l’efficienza e la produttività?

Prevedibilmente, quando la serie dei manuali giacobbiani ha proseguito le pubblicazioni presso l’editore Mondadori, il portato culturale e la qualità editoriale hanno subìto un calo notevole.
Come diventare bella, ricca e stronza ha inaugurato il nuovo ciclo: già il titolo tradisce la pochezza dell’operazione. Se quelli della fase precedente – marchiati Ponte alle Grazie – potevano definirsi manuali, questo non può che definirsi un manualetto. Considerazione analoga può farsi per il secondo titolo mondadoriano, Come fare un matrimonio felice, dove si promette la risoluzione di un problema fra i più complessi, sfruttando però una congerie di applicazioni e conoscenze già divulgate e per nulla originali.

giacobbeUna delle conseguenze di questa sorta di omologazione sembra appalesarsi in Come smettere di fare la vittima ecc : un maschilismo di vecchio stampo, con retrogusto di misoginia tradizionalista:

«Non puoi andare in ufficio con una minigonna che ti si vedono le tonsille e una scollatura che ti si vedono le piante dei piedi e poi rifiutarti di vedere le collezioni di farfalle. Vacci vestita come una che ha saputo un attimo prima che non faranno più il Costanzo Show e poi vedi, se il capo t’invita a vedere la sua collezione di farfalle!»

Già, le farfalle. C’è ancora chi ne fa collezione? E il Maurizio Costanzo Show? Il giorno che han smesso di farlo è così lontano che forse l’internet neanche si sapeva che fosse.

Nei libri, citare cose che si credono d’attualità ma che stanno per scomparire non è mai cosa saggia: denota mancanza di visione strategica. Se quel libro verrà letto un decennio dopo, già saranno meno comprensibili certi riferimenti così tristemente obsoleti.

http://tevispartners.wordpress.com/2013/03/30/downgrading-di-g-c-giacobbe-1