Scrittura giuridica

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Quello che si potrebbe chiamare il “genio classificatore” dei Mesopotamici, il loro gusto di elencare – visto particolarmente nei dizionari – e la loro propensione a catalogare le cose nell’universo, spiegano lo sviluppo dei trattati, cioè le liste ordinate di presagi e oracoli su uno stesso oggetto, considerato in tutte le varianti possibili, secondo schemi di analisi spesso ricorrenti da un trattato all’altro. Già il carattere sistematico di queste liste, di per sé, autorizza a dubitare che tutti questi presagi siano mai stati osservati; ma quando una serie di protasi registra da due a sette cistifellee per un solo fegato, l’aspetto puramente speculativo della protasi è evidente: è la dinamica stessa del sistema di classificazione che si vede.

Di fatto, i trattati applicano delle vere leggi, o costanti d’interpretazione: così il lato sinistro è sempre sfavorevole, ma un presagio sfavorevole posto a sinistra diventa favorevole: come in algebra, cambia di segno. Queste leggi non sono mai formulate esplicitamente; ma il maneggio continuo dei trattati doveva permettere agli indovini di risolvere tutti i casi, anche nuovi, attraverso un duplice processo, di astrazione del senso generale del presagio, e di adattamento al caso particolare di chi chiedeva l’oracolo, poiché erano imbevuti della logica e delle leggi implicite contenute nei trattati.

I “codici” mesopotamici e i trattati di medicina, rientrando nel campo di scienze ritenute più laiche e più razionali, sono strutturati, come i trattati divinatori, in serie di “protasi” e di “apodosi”. Ma le somiglianze vanno al di là delle strutture formali; si situano a diversi livelli. Come l’avvenire degli indovini, le prognosi dei medici e le sentenze dei giudici sono condizionali: il medico fornisce un rimedio, il giudice può dare la grazia, i trattati divinatori propongono – a volte insieme al cattivo presagio – la “ricetta” per scongiurarlo. Tutto fa pensare che l’osservazione delle coincidenze significative, attuata agli inizi della divinazione, abbia favorito i principi empirici della medicina, abituando gli intelletti a cercare la ragione di numerosi fenomeni, a collegarli gli uni agli altri in serie ricorrenti di sintomi ed effetti, a cercarvi costanti e leggi.

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Del resto, le frontiere tra divinazione e medicina sono così vaghe che è possibile trovare in un trattato di medicina un pronostico azzardato e in un trattato di divinazione una diagnosi medicalmente pertinente. Più notevole ancora è l’articolazione della scienza divinatoria con il diritto, o meglio con la giurisprudenza. Infatti i trattati babilonesi che chiamiamo impropriamente “codici”, dei quali il più celebre e il più ampio è quello di Hammurabi, non sono affatto delle raccolte di leggi, o di atti del potere, destinati a regolare la vita dei sudditi del regno, bensì delle raccolte di casi, ordinati in serie secondo schemi tassonomici paragonabili a quelli che regolano i trattati divinatori, e come questi destinati a fornire al giudice, anche davanti a un caso nuovo, i mezzi per formulare una sentenza conforme alle leggi implicite del sistema.

Questa identità tra la sentenza del giudice – il quale talvolta si sottomette a quel giudizio divinatorio che è l’ordalia – e la risposta dell’indovino è così essenziale che pervade tutto il vocabolario della divinazione: «L’indovino, ci si dice, avendo preso posto davanti a Samas e Adad, sulla cattedra del giudice, pronunzierà un giudizio esatto e veridico». Per gli antichi Mesopotamici, la divinazione deduttiva non è che una forma di giustizia resa, ed è lo stesso dio, Samas, il Lucido, che invocano sia il giudice sia l’indovino per garantire il loro giudizio. Le «leggi» dei «codici» sono quindi dei «casi»: cioè problemi giuridici sufficientemente svincolati dalle circostanze troppo particolari, esposti nei loro dati essenziali, e poi risolti secondo lo spirito di quel diritto non scritto che era il solo vigente in Mesopotamia. Invece di allineare principî del diritto e leggi universali, tutti i tipi di proposizioni speculative che uno spirito mesopotamico non si è mai preoccupato di concepire, si sottoponevano dei casi concreti, raggruppando i problemi attorno a uno stesso argomento, di cui si facevano variare i dati, in modo da mostrare il maggior numero di aspetti possibili di una questione. I trattati divinatori sono costruiti esattamente come i “codici”: qui e là, i casi proposti si trovano tutti calati in una stessa forma logica e stilistica, che potrebbe certo aver costituito la struttura tipo del pensiero razionale e scientifico nell’antica Mesopotamia: una protasi al passato, seguita da un’apodosi al futuro. E, in maniera ancor più dettagliata e metodica che nei codici, tali “casi” sono raccolti in paradigmi che ne variano i dati e le soluzioni, abituando così la mente a percepire le relazioni fra queste e quelli e i principî sui cui si basano, per renderla capace d’intendere e di risolvere tutti i problemi che potrebbero porsi.

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Scrittura giudicante

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Nei Babilonesi, a rivelare il senso religioso attribuito all’atto divinatorio sono le formule e le preghiere che lo precedevano e gli davano un tono profondamente devoto. Si chiedeva agli dèi, quando si trattava di aruspicina, di «preparare» così bene la vittima scelta, che l’indovino, dissezionadola, vi trovasse soltanto presagi felici, i quali erano dettagliati con tanto scrupolo di enumerazione. E soprattutto, tanto nell’agnello che si stava per consacrare, quanto nel presagio che si stava per trattare, si supplicavano gli dèi di «porre la Verità».

Numerose erano le divinità che intervenivano nelle operazioni divinatorie, chiamate in aiuto o invocate dagl’indovini o dai fedeli. Ma due dèi pare che siano stati, almeno all’inizio del II millennio, preposti più strettamente agli interessi della divinazione deduttiva applicata, considerati soprintendenti agli atti divinatori e garanti dei loro risultati: Samaš e Adad. Essi si «interrogavano nel corso dell’esame-divinatorio (bîru)», «davanti a loro» si procedeva all’esame, che portava alla «decisione oracolare» (purussû), che era presa «per loro intervento» ed emessa «al loro comando». Perciò s’invocavano così spesso come «signori dell’esame-divinatorio» (bêlê bîrî), del «giudizio-divinatorio» (dînu), della «decisione oracolare» e della «preghiera-dedicatoria (per ottenere una tale decisione)» (ikribu). Continua a leggere “Scrittura giudicante”

Scrittura rituale

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La parte principale della divinazione babilonese, cioè lo studio propriamente detto dei presagi, era un’impresa complessa, anche lunga, che poteva richiedere la competenza e l’attenzione di più di un bârû. Si trattava di «raccogliere i presagi», cioè di registrare tutto ciò che era stato osservato di presago. Poi, per «valutarli», «giudicarli», ponderarne il valore ominoso, si potevano consultare i trattati, talvolta con ricerche più o meno impegnative: «Ho scovato questo presagio nella tavoletta che tratta dei serpenti»; talvolta invano, almeno per ritrovare l’esatta situazione di presagio in questione: «[nei trattati] non vi è nulla di scritto [al riguardo]».

Ma tutta questa casistica forniva solo i paradigmi di una scienza, i cui principî non scritti dovevano permettere di risolvere tutti i casi: proprio di fronte agl’imprevisti un buon indovino mostrava il suo mestiere, come un buon medico davanti a una sindrome inattesa o mai descritta. Risolto così ciascun presagio nel suo oracolo, all’occorrenza toccava al bârû equilibrare un contenuto oracolare composito, bilanciare un elemento con l’altro e ricavare dal tutto, con una sorta di calcolo, la risposta finale alla domanda formulata. Operazioni che potevano comportare delle verifiche anche molteplici: la regola di verificare ogni consultazione importante con una controprova è verosimile, anche per mezzo di una tecnica diversa. Si avevano anche casi in cui l’operatore si dava per vinto, e cedeva il posto a qualcuno più abile di lui.

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La consultazione divinatoria non si poteva fare in qualunque momento. C’erano «mesi favorevoli e giorni propizi», e altri non ritenuti tali. Persino certe ore, forse, erano più adatte di altre: soprattutto le ore calme della notte. Le «preghiere notturne» o «alle divinità della Notte», conosciute fin dall’epoca paleobabilonese, esprimono la comunione con gli dèi, facilitata dal riposo universale della natura e degli uomini. L’atto divinatorio richiedeva anche una certa preparazione. Non solamente la vittima, quando la procedura ne voleva una, doveva essere, secondo la regola, «ritualmente pura e ineccepibile», ma l’indovino stesso, «quando si proponeva di eseguire per il re l’esame-divinatorio, era tenuto a lavarsi con acqua pura ancor prima dello spuntare del giorno, a ungersi… e a rivestirsi di un abito pulito», e l’abbiamo sentito protestare la sua «purezza» nel momento in cui «si avvicinava all’assemblea degli dèi per il giudizio-divinatorio». Se, per caso, presenziava anche il richiedente, per «recitare ad alta voce la domanda» riguardo all’avvenire, verosimilmente doveva mettersi anch’egli in uno stato di purità rituale.

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Scrittura divinatoria

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Nell’esercizio formale delle sue funzioni, l’indovino babilonese, al contrario del divinatore “che cade in estasi”, non ricorreva agli dèi: procedeva invece come uno scienziato, il quale, esaminando certi fatti, traeva la conclusione che ne derivava secondo la logica della propria scienza.

Esiste un certo numero di epiteti per designare gli specialisti della divinazione deduttiva, ma i più notevoli sono šâ’ilu e bârû. Il primo significa probabilmente “colui che interroga”, “consulta” o “indaga”: allusione, senza dubbio, al lavoro di riflessione sui presagi, forse, più precisamente, su quelli che erano tratti dai sogni.

Gli šâ’ilu sono conosciuti fin dall’inizio del ii millennio, non solo dal mondo paleobabilonese, ma anche paleoassiro. La relativa frequenza del femminile in epoca antica lascerebbe intendere che si trattava allora di una vocazione riservata soprattutto alle donne, e forse rientrava più o meno, anticamente, nella sfera della divinazione ispirata. Più tardi, gli šâ’ilu, che si vedono ricorrere a diverse tecniche di divinazione deduttiva, pare abbiano avuto un ruolo sempre di secondo piano rispetto a quello dei bârû. Questi ultimi erano gli indovini per eccellenza, grandi specialisti della divinazione deduttiva e colta. Il loro nome accadico, che talvolta si traduce erroneamente con “veggente”, significa in realtà “esaminatore”, senza nulla di comune con la veggenza. Essi esaminavano i presagi per ricavarne gli oracoli che contenevano. A differenza della professione di šâ’ilu, la loro pare fosse riservata più agli uomini: se ne conosce il femminile solo una volta all’inizio del ii millennio, e due o tre volte nel primo.

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Per avventura, i bârû potevano cumulare il loro ufficio con una funzione clericale, me le due cariche in genere non si confondevano. Come molti altri funzionari e specialisti, i bârû formavano una sorta di corporazione, con i suoi responsabili ufficiali. Vi erano ammesse, pare, solo persone di alta o “nobile” estrazione, che godevano di una piena integrità fisica. Non ve n’erano sempre nei centri secondari, ma le città, soprattutto di qualche importanza politica, ne contavano un certo numero, e talvolta anche troppi.

Non risulta che fossero legati a un tempio, a un santuario, e ancor meno a uno di quegli oracoli nel senso greco del termine, sconosciuti nel paese. Anche se certi episodi dell’esame divinatorio potevano coincidere con momenti della liturgia ufficiale e svolgersi, quindi, nei santuari, capitava spesso agli indovini di officiare altrove, per esempio a palazzo. In effetti, era soprattutto là il loro punto d’appoggio: erano al servizio del re, che seguivano anche nei suoi spostamenti, e soprattutto nelle spedizioni militari.

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Scrittura casistica

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Viene da chiedersi come si siano formati questi trattati divinatori babilonesi: quale tipo di ragionamento logico o di osservazione sperimentale fa associare una certa apodosi (oracolo) a un certa protasi (presagio)? Quale sistema tassonomico ha permesso di allineare interminabili protasi a proposito del medesimo oggetto? La complessità è grande: un trattato studierà non il fegato della vittima (materia troppo vasta), ma la tal porzione ominosa del fegato: la Vescichetta biliare, la «Porta del Palazzo», il «Dito», eccetera. Oppure, in un altro campo, il tal segno congenito del corpo umano. Si suppone che un neo, ad esempio, interessi via via tutte le parti del corpo umano, enumerate puntualmente dalla testa ai piedi. Così, in un trattato di fisiognomia, a proposito della “macchia” o “segno”, si passa in rassegna la lista completa delle parti del corpo in cui può trovarsi, con le apodosi corrispondenti.

Gli oracoli sono messi in elenco e classificati, in funzione delle protasi, secondo un ordine rigoroso, e costante per uno stesso soggetto. Se questo è la presentazione esterna del corpo umano, si comincerà l’esame dalla testa: la sommità del cranio; la nuca; la fronte; la chioma; le tempie; le sopracciglia; le palpebre; gli occhi; le orecchie; il naso; la bocca; i denti; la lingua; il mento; il collo; e così via, scendendo, fino ai piedi. Di ognuna delle parti così considerate, si prospettano tutte le situazioni e gli stati capaci di modificarne il contenuto di presagio: la presenza o l’assenza; dimensioni e quantità: se è grande, molto grande, piccola, molto piccola, unica, in due, tre, quattro esemplari o suddivisioni; la disposizione interna e la posizione rispetto ad altri elementi: se è ritta, coricata, inclinata, a rovescio, contigua, discosta, a destra, a sinistra, in alto, in mezzo, in basso, davanti, dietro; la colorazione: se è rossa, nera, bianca, verde-gialla, talvolta con sfumature più o meno numerose.

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A ogni oggetto di un tipo particolare di divinazione è così adattato uno schema di suddivisione e ordinamento di tutti gli aspetti in cui si presenta all’osservatore. Schemi che formano spesso categorie ricorrenti: ad esempio, ogni volta che viene presa in esame una delle posizioni, supponiamo a destra, si considera subito dopo la posizione a sinistra. Ogni volta che si pone il problema del numero, ci si estende, secondo i casi, da uno o due a sette, o più (così, per le nascite di gemelli, trigemini, ecc.). Ogni volta che è ricordata la somiglianza dell’oggetto con un animale, vi è tutto un elenco di animali tipici, in certo modo già predisposto, che può comportarne fino a una ventina e che ritorna, più o meno particolareggiato, secondo i casi. Le analisi, insomma, sono straordinariamente minuziose, con centinaia e migliaia di presagi differenti, ciascuno col suo oracolo.

Sembra un proposito deliberato di tener conto non solo del reale, ma anche dell’immaginabile, del possibile, quando si vedono registrare nelle protasi successive di una stessa raccolta due, tre, cinque e perfino sette Vescichette biliari per un solo fegato; o quando, all’inizio di un trattato di teratologia, sono previste per i neonati perfettamente umani una quarantina di presentazioni stravaganti, fra le quali l’aspetto di «un leone», di «un cane», di «un maiale», di «un bue», di «un asino», ecc., e, più avanti: di «una testa», di «una mano», di «un piede»,… perfino di «un corno di capra», e naturalmente, visto che bisogna prevedere tutto, di «due corna di capra».

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Scrittura dottrinale

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Visto che dai Babilonesi ci separano parecchi millenni, non abbiamo il loro stesso modo di vedere, le stesse esperienze, la stessa mentalità e la stessa logica. Ma anche se non siamo più in grado di leggere e comprendere tutto come loro, dobbiamo riconoscere che la loro lettura non era arbitraria e fantasiosa, ma a suo modo obiettiva e razionale. Molti dei loro “pittogrammi divinatori” si basano su un gioco di assonanze fonetiche: per esempio, in un oracolo “storico”, dalle perforazioni riscontrate (pilšu palšu) sul fegato, si passa agli scavi (pilšu) che sono serviti a sottomettere una città fortificata, il cui nome stesso, Apišal, è composto dei medesimi fonemi costitutivi, con una leggera metatesi. Evidentemente non si trattava di un gioco di parole, per persone che ponevano così poca differenza fra le denominazioni e le cose. Ancora: «Se la pioggia piove (zunnu iznun) nel giorno [della festa] del dio della città – quest’ultimo sarà adirato (zêni) contro di essa. Se la Vescichetta biliare è rientrante (nahsat) – è inquietante (nahdat). Se la Vescichetta biliare è presa dentro (kussâ) il grasso – farà freddo (kussu). Se il Diaframma (?) è aderente (emid) – aiuto (imid) divino».

L’influenza della scrittura cuneiforme sullo spirito e sulla tecnica della divinazione deduttiva è chiara. E implica una certa astrazione dal concreto – un solo e medesimo segno mantiene il suo valore dovunque s’incontra – e un certo apriorismo – dovunque compare un segno deve comparire il suo significato –, che preparano la “razionalizzazione” ulteriore.

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La protasi esprime dunque, al presente o al passato, uno stato di fatto, realizzato e osservato. Annuncia la situazione del presagio, ossia l’aspetto preciso dell’oggetto che lascia intravedere il futuro, e dunque pronosticarlo. L’apodosi al futuro esprime quasi sempre il pronostico; dunque, contiene l’oracolo. Le protasi, e soprattutto le apodosi, hanno delle varianti. Nelle raccolte antiche le varianti sono spesso designate dalla formula šanîš: «altrimenti», e ancora più spesso šanû šumšu: «altro modo di enunciare». Nei manuali più recenti, dove possono essere numerose, fino a sette o otto, si dispongono una di seguito all’altra, tutt’al più separante dai “due punti” (due chiodi obliqui sovrapposti), che nella scrittura cuneiforme sono il solo segno d’interpunzione.

Le varianti, talvolta – come in ogni tradizione manoscritta – sono semplici conseguenze di incidenti di trascrizione o trasmissione dei manoscritti, dunque possono essere contraddittorie, in particolare nell’apodosi: l’una promette un avvenire favorevole, l’altra sfavorevole. Così, queste varianti diventano tradizioni diverse, perfino dottrine diverse d’interpretazione dello stesso fenomeno, e i copisti le aggiungono allora ad complementum doctrinae: affinché il lettore abbia sotto gli occhi tutte le informazioni conosciute, in mancanza di un criterio sicuro per scegliere la migliore. Un esempio tipico, in cui le varianti sono semplicemente giustapposte: «Se, sulla pelle del suo viso, a destra, si trova una [macchia-congenita-chiamata] umsatu – sarà fortunato, [oppure] quest’uomo diventerà povero».

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Scrittura ominosa

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Gli “oracoli storici”, messi a punto durante il periodo che va dall’ultimo terzo del III millennio al primo quarto del II, ci permettono d’intravedere il più antico procedimento che dovette servire alla stesura degli oracoli di divinazione deduttiva, e anche a scoprire questo tipo di divinazione: la constatazione empirica delle coincidenze fra la forma dei presagi e gli eventi della storia. Esiste un modo di vedere le cose per cui basta che una volta, o un certo numero di volte, ci si sia accorti che la comparsa di un fenomeno – qualcosa d’inatteso nel corso delle cose, di anormale, di mostruoso – è stata seguita, dopo un intervallo ragionevole, dall’arrivo di un evento straordinario, fasto o nefasto, perché ci si senta di dover stabilire un rapporto fra loro. Come se il secondo termine fosse collegato al primo e, se non causato, almeno annunciato da esso. Si suppone sia questo il meccanismo che ha portato alla divinazione come disciplina e come tipo di conoscenza.

I messaggi divini scritti nei presagi erano un insieme di segni, o tratti dalla realtà e ancora riconoscibili, o puramente convenzionali, che rappresentavano cose o parole. Erano un codice che gli indovini dovevano decifrare, come indicano questi esempi di aspetti particolari del presagio: «l’Urto-frontale del Nemico», «il Seggio del Pastore», «l’Impianto del Trono», «la Sicurezza», «il Segreto», «il Tradimento», «l’Arma». O ancora, in qualche caso, il risalto dato alla lettura di uno dei segni oracolari, come in questo brano di un trattatello di “palmomanzia sacrificale”: «Se, sul petto dell’uccello [sacrificato], a destra e a sinistra, si trova una quantità di macchie-rosse – i miei soldati e i soldati del nemico, dopo essersi incontrati, non si batteranno; il nome di questo [presagio è]: incontro».

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Dopo un esempio concreto di “traduzione” del segno in un ambito preciso, quello della guerra, l’autore del trattato ne riassume in una parola il valore generale e, per così dire, il senso “ideografico”, applicabile a ogni altra situazione. Un certo numero di questi “pittogrammi” non avevano, di per sé, nulla in comune con quanto si supponeva che evocassero. Il loro contenuto significativo, quindi, si era potuto scoprire solo per caso – per empirismo. Durante secoli di osservazioni, si dovette costituire in tal modo tutta una collezione di “pittogrammi divinatori”, debitamente provvisti della loro “traduzione ominosa”, malgrado l’assenza di qualunque nesso evidente fra il segno e il significato.

In altri casi, un nesso poteva esistere, sia che il “pittogramma” si riferisse a una cosa o a una parola. Nell’oracolo storico: «Se, a destra del Fegato, si trovano due Diti – [è il] presagio dell’Epoca-dei-Competitori», è la dualità dei Diti che richiama la competizione dei pretendenti; e ancora, l’eclisse di sole lascia trasparire la morte del re; lo sguardo, reputato malefico, del serpente sull’uomo, la morte prossima di quest’uomo; l’incrocio infecondo, la riduzione dell’incremento del bestiame; la mescolanza del corpo di due feti, la confusione nel paese, in seguito a dispute intestine. Così pure il leone è divenuto in qualche modo, nella scrittura divinatoria, l’ideogramma della violenza, del potere assoluto, della superiorità, come si vede da tutti gli oracoli che determina. Tutto poté giocare per stabilire questo legame fra i “pittogrammi” mantici e la realtà: l’evocazione immediata, un simbolismo più o meno sottile, o lambiccato, o fondato su credenze o immaginazioni molto arcaiche – tale ancora l’idea che collega il successo e la buona sorte alla destra, l’insuccesso e la sfortuna alla sinistra.

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