Cerimonie

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Quando ci si rivolgeva agli dèi, era quasi sempre per uno scambio; l’offerta era fatta in vista di un favore per sé o di un aiuto contro i propri nemici. Le offerte che accompagnavano normalmente le preghiere potevano essere una libagione di vino o latte, o qualche dolce posto sull’altare, o frutti e primizie del raccolto. Ma i sacrifici più importanti erano sanguinosi: l’occasione più appropriata per apprendere dagli dèi l’esito di qualche impresa era costituita proprio dai sacrifici in cui si immolavano animali, e qui era desiderabile, se non necessaria, la presenza di un interprete di presagi.

Nell’età greca più antica si credeva che gli dèi chiedessero vittime umane e il sacrificio di Ifigenia, per esempio, rappresenta il ricordo leggendario di quei sacrifici umani ai quali in epoca classica si sostituirono sacrifici di animali. Si sgozzavano montoni o pecore, vacche o buoi, maiali, capre o capri. Ogni divinità aveva le sue preferenze: si offrivano a Posidone soprattutto tori, ad Atena vacche, ad Artemide e ad Apollo capre. Asclepio chiedeva soprattutto galli o galline, altri colombe o cani o cavalli. Le vittime dovevano essere sane e senza difetti. Il sesso e il colore non erano indifferenti: alle divinità femminili si sacrificavano di solito delle femmine, alle divinità celesti animali di colore bianco o chiaro, e alle divinità infernali vittime di colore scuro o nero.

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La cerimonia di solito aveva luogo il mattino, all’alba. L’altare era decorato di fiori e di ghirlande di foglie; i sacerdoti erano vestiti di bianco e tutti gli assistenti portavano una corona. La vittima era parata con corone e nastri di lana; le corna, talvolta, dorate. Con l’acqua lustrale contenuta nel vaso chiamato chernios si aspergevano la vittima e gli assistenti; sull’altare si accendeva un fuoco e vi si gettavano grani d’orzo e qualche pelo tagliato dalla testa della vittima. Dopo la preghiera, il sacrificatore apriva con un coltello la gola della bestia tirandole indietro la testa e il sangue, colando, bagnava l’altare. Di solito, si bruciava in onore degli dèi solo una piccola parte dell’animale, cioè un pezzo di coscia e un po’ di quel grasso il cui fumo gli olimpi amavano respirare, secondo Omero. Le carni dell’animale venivano divise fra gli officianti e i fedeli, che potevano consumarle sul posto o portarsele a casa.

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Nereo e Metis

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Dal canto suo, Nereo è incapace di menzogna, non dimentica mai l’equità e conosce solo pensieri giusti e benevoli. È un maestro di saggezza di cui la tradizione ha conservato i detti; conosce ogni cosa divina, il presente e l’avvenire, e la sua giustizia non è separabile da procedure divinatorie compiute attraverso l’acqua e attraverso la bilancia. Nereo rappresenta una figura della sovranità mitica, e il suo sapere divinatorio si enuncia come una verità indiscutibile, che si fonda sulla visione simultanea di presente, passato e futuro. È l’indovino, maestro di verità. Il dono della veggenza gli permette di collegare il visibile e l’invisibile e gli conferisce il privilegio di pronunziare le parole che «realizzano la realtà».

A questo tipo di mantica, che pronuncia sentenze definitive ma sempre in interventi provocati, si contrappone la divinazione sotto il segno di Metis. Prima sposa di Zeus (e figlia di Oceano e di Teti), Metis (ovvero l’intelligenza pratica) possiede un’onniscienza che ha la stessa natura della sua capacità di trasformarsi. I suoi doni di metamorfosi le permettono di spadroneggiare nel campo dei possibili e nel dominio dell’aleatorio. E la sua scienza si esplica al meglio quando l’ordine costituito è turbato da conflitti, lotte e rivolte, nel momento in cui l’imprevisto e il mutevole sono l’unica regola.

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Qui si scopre tutto un gioco di oracoli: la prova in cui gli dèi astuti si affrontano tra loro, lo scontro incerto in cui gli interpellanti devono mostrarsi capaci di porre la domanda giusta al momento giusto, di ripetere l’oracolo o di accettarlo, persino di volgere in proprio favore la risposta che l’oracolo ha dato a vantaggio dell’avversario. L’indovino appare qui sotto i tratti del prudente, del consigliere abile nel dare buoni pareri, perché è accorto, sa vedere davanti e dietro, ma sempre per avere la meglio su uno più forte e capovolgere le posizioni.

Non si era sicuri di apprendere la volontà del Dio, o piuttosto quella del Fato. Il futuro, che fosse concepito come singola vicenda o come un più vasto complesso di destini, è sempre coperto da un velo, che un abile occhio umano può qua e là penetrare, e che la mano di un individuo privilegiato può sollevare del tutto. Il fatalismo è radicato: se l’antichità credeva in un Fato ben definito, era naturale che sorgesse il desiderio di conoscerlo.

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Nereo e Proteo

 

01Nereo e Proteo, i Vecchi del mare, sono le figure arcaiche della divinazione greca. Appartenevano a quel numero di divinità marine profetiche di cui il mondo Egeo aveva popolato il mediterraneo nei tempi antichissimi, prima che Poseidone diventasse il sovrano delle distese marine. Proteo e Nereo erano benefattori che hanno il potere di mutarsi in ogni sorta di animali, esseri, elementi, e hanno anche il dono di predire l’avvenire.

Tratti simili si trovano negli dèi dei fiumi e negli spiriti delle acque, che hanno spesso il dono di trasformarsi e di predire l’avvenire. I doni profetici di Proteo e Nereo, però, vengono rivelati solo sotto costrizione, e questa resistenza a rivelare i segreti del futuro, a meno di esservi forzato, è un tratto frequente in molte tradizioni. Tutto accade come se la conoscenza privilegiata del futuro dovesse restare appannaggio degli esseri che la posseggono per dono divino, e solo la forza potesse indurli a condividere la loro prescienza.

Un famoso episodio, raccontato nell’Odissea, rimase vivo nella memoria degli antichi. Nel iv canto, Menelao, bloccato nell’isola di Faro dall’assenza di venti favorevoli e disperando di poter proseguire il viaggio di ritorno, tocca il cuore di una ninfa figlia di Proteo, Eidotea. A un certo punto la ninfa fa all’eroe greco una proposta (vv. 382 ss.): «Qui vive il vecchio del mare che sa la verità, Proteo d’Egitto, immortale, suddito di Poseidone, che ben conosce tutti gli abissi marini. È lui che mi ha generata, è mio padre. Se tu riesci a catturarlo con un agguato, ti dirà la lunghezza del viaggio, ti indicherà la strada del ritorno che compirai sul mare pescoso. E ti dirà anche, principe, se lo vuoi, quel che di male e di bene è avvenuto nella tua casa mentre compivi il tuo lungo e difficile viaggio».

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Poi Eidotea istruisce Menelao circa quello che deve fare per ottenere le risposte che desidera: «Quando il sole ha raggiunto la metà del cielo, allora esce dal mare, il vecchio infallibile, celato fra le onde scure che rabbrividiscono al soffio di Zefiro, esce per andare a dormire in antri profondi. Emerse dal mare bianco di schiuma, dormono intorno a lui numerose le foche, figlie della bella Anfitrite, emanando un odore acuto di salso. All’alba ti condurrò là e vi farò distendere in fila: scegliti tre compagni, i migliori che hai sulle tue solide navi. Ti spiegherò tutti gli inganni del Vecchio. Conterà, per prima cosa, e passerà in rassegna le foche, e dopo averle tutte contate e guardate, si stenderà in mezzo a loro, come un pastore tra le greggi di pecore. Appena l’avrete visto giacere disteso, allora, chiamando a raccolta tutta la forza e il coraggio, tenetelo stretto, anche se si dibatte e cerca di fuggire. Tenterà di trasformarsi in acqua, in fuoco fulgente, in ogni essere che sulla terra si muove. Voi tenetelo forte e stringetelo ancora di più. Ma quando lui stesso ti rivolgerà la parola, con l’aspetto che aveva quando lo vedesti giacere, allora non usare più la forza, principe, libera il Vecchio e domandagli quale degli dèi ti perseguita e come potrai tornare attraverso il mare ricco di pesci».

Tutto si svolge come Eidotea aveva previsto. Ma l’inganno perpetrato contro suo padre comporta anche un travestimento di Menelao e dei suoi compagni: «Si immerse intanto la dèa nei vasti abissi del mare e quattro pelli di foca portò fuori dall’acqua, tutte appena scuoiate: preparava l’inganno a suo padre. Sulla riva sabbiosa scavò delle fosse e si sedette aspettando. Noi le giungemmo vicino. Lei ci fece distendere in fila e sopra ciascuno gettò una pelle di foca. Era l’agguato più orrendo, orribilmente ci tormentava il tremendo fetore delle foche figlie del mare: chi mai potrebbe giacere accanto a un mostro marino?». Ma l’ambrosia portata da Eidotea consente ai Greci di superare la prova. «Per tutto il mattino aspettammo, con cuore paziente. Dal mare emersero in gruppo le foche e si sdraiarono in fila lungo la riva del mare. A mezzogiorno uscì il Vecchio, trovò le sue pingui foche, le passò in rassegna, le contò tutte. Noi per primi contò, e non comprese, nell’animo, ch’era un inganno. Poi si distese anche lui. Noi allora gli balzammo addosso gridando. Memore dei suoi abili inganni, il vecchio per prima cosa si fece leone dalla folta criniera e poi serpente, pantera, enorme cinghiale; diventò liquida acqua, albero dall’alta chioma. Noi lo tenevamo con forza e con tenacia. Ma quando fu stanco, il Vecchio maestro di inganni, allora mi rivolse la parola e mi disse…». Segue poi l’annuncio del destino di Menelao.

 

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Mediterraneo

“Il Mediterraneo ha la propria tragicità solare che non è quella delle nebbie. Certe sere, sul mare, ai piedi delle montagne, cade la notte sulla curva perfetta d’una piccola baia e allora sale dalle acque silenziose un angosciante senso di pienezza. In questi luoghi si può capire come i Greci abbiano parlato della disperazione solo attraverso la bellezza e quanto essa ha di opprimente. In questa infelicità dorata la tragedia giunge al sommo”.
(da Albert Camus, L’esilio di Elena)

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