# 26

Head-VI-Francis-Bacon

Francis Bacon incarna questo, in certe sue rappresentazioni, l’urlo dell’annientamento graduale, del non esserci quasi più, dell’essere mangiati dall’insensatezza del biologismo umano. Essere divorati da una tenia che assorbe pian piano, per trasformare in nulla, un nulla rielaborato a partire dal magma primordiale e che alla fine non porta da nessuna parte.

# 9

Bacon-LucianFreud

Distruggere una vita si può. Con un gesto – o con una serie di gesti, comportamenti, strategie – compiuto in modo distaccato oppure coinvolto, ma comunque non consapevole dell’enormità di conseguenze che può generare. Dal gesto – o comportamento, o strategia – di qualcuno, può scaturire un’irreversibile vita di fallimenti di qualcun altro. Senza che quel qualcuno possa rendersene conto: perché la vita è complessa, e nessuno può trovarsi contemporaneamente nella propria testa e nella testa di un altro.

# 7

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Riguardo agli incubi, sono situazioni confuse che ricorrono, scene che rivivono, fantasmi che non vogliono lasciarmi. È la persecuzione di vecchie situazioni strane e poco comprensibili, innaturali e autolesionistiche: io che mi ferisco, che cerco di parlare a chi è vicino senza essere aiutato, che mi butto nel vuoto solo per provarne il brivido. Somiglia a quella sorta di brivido che ogni tanto mi parte dal cuore e s’irraggia fino alla testa, facendomi sobbalzare per un secondo. È che mi trascino troppe cose brutte della gioventù, troppi sprechi, troppi amici morti, con la stimmata dei miei comportamenti senza regole e senza rispetto, che non m’hanno portato da nessuna parte. Con un respiro cronicamente corto per il peso di colpe che forse non ci sono, ma che restano presenze ostinate. Forse dipende da quando facevo il “mercenario”: gli affari spesso diventano sporchi e tendono a sporcare l’anima, ed è stato un errore non difendersi.

Resoconto

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Una volta mi capitò di leggere un resoconto su una sofferenza inspiegabile, espresso in modo chiaro e diretto, con frasi essenziali e incisive, che mi aprì la mente su certe cose. In casi come questo, la semplicità espositiva diventa così efficace che permette di osservare il fenomeno dall’esterno, riuscendo a uscire dal “corpo doloroso”. È un modo per astrarsi dalla pastoia velenifera che attanaglia la psiche: equivale a de-contestualizzarla per poterla scomporre e decifrare nei suoi aspetti, e poi tornarla a guardare da una certa distanza nel suo insieme ricostituito, come spettatore. Essere spettatore aiuta molto, aiuta moltissimo. Ma il problema risorge quando ci si sente prigionieri – come è capitato a me – di una cella, dove non c’è possibilità di ascolto, cioè di essere ascoltati, e nemmeno c’è possibilità di parlare a qualcuno che possa capire ciò che dici.