Descrizioni 3

 

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Il primo capolavoro di Honoré de Balzac, Gli Chouans (1829), è segnato dai canoni e dai luoghi comuni tipici della produzione popolare di feuilletons. Il libro, ambientato nel 1799, si apre sulla marcia da Fougéres a Mayenne compiuta da una colonna di soldati repubblicani. Quando si sta per varcare i confini della Bretagna, il comportamento recalcitrante delle reclute fa sospettare al capitano Hulot che stia per scatenarsi un attacco degli Chouans, i ribelli controrivoluzionari.

A questo punto, la suspense viene alimentata dal moltiplicarsi degli indizi inquietanti. E quando la tensione è al colmo, sulla scena compare un sinistro personaggio, sicuramente legato ai ribelli, che per qualche oscuro motivo si presenta al capitano Hulot. Con quale intento? Per tendere un tranello? Per scendere a patti?

Proprio quando la curiosità del lettore è massima, Balzac piazza una descrizione dettagliatissima dello sconosciuto, che si scoprirà essere il sanguinario Marche-à-Terre. A quel punto, com’è intuibile, il lettore vuole vederci chiaro sulle intenzioni dello sconosciuto: tutto quell’interesse per descrivere l’abbigliamento esotico e l’aspetto feroce dello Chouan non può certo competere con l’inquietudine per le sorti della colonna di Hulot. Così, tende a scorrere velocemente il brano descrittivo, o addirittura a saltarlo.

Qui, l’inserimento dell’ostacolo descrittivo acuisce l’impazienza del lettore, ottenendo per contrasto un forte effetto di suspense. La noia causata da quell’interruzione accresce le aspettative dell’azione: superfluo aggiungere che, puntualmente, l’imboscata avrà luogo.

Balzac, dunque, sfrutta l’espediente narrativo del ritardare il compimento dell’azione principale con l’inserimento di zeppe digressive, soprattutto descrizioni. La si definisce tecnica del ritardo, che individua le sue prime espressioni addirittura nell’epica antica, visto che la struttura dei poemi omerici non prevede una scansione serrata delle azioni, ma tende invece a disperdersi in molte direzioni.

Descrizioni 2

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Per Émile Zola, massima espressione del romanzo naturalista francese, ogni pausa descrittiva denuncia l’artificio letterario, cioè tradisce l’intrusione del narratore nel testo. Secondo lui, la presenza dell’io narrante dovrebbe sparire, o ridursi al minimo. E devono ampliarsi le sezioni descrittive, per chiarire l’influenza dell’ambiente su personaggi e vicende.

La sua polemica contro gli artifici della letteratura riguarda soprattutto le contorsioni della trama: le quali, se vengono ridotte, lasciano spazio a maggiori espansioni descrittive. In questo senso, lo svolgersi degli eventi narrati si mette al servizio della descrizione naturalistica di ciò che sta intorno. Questo perché il narratore non deve (come invece avviene in Balzac, o in Manzoni) intervenire personalmente nel romanzo, guardando le cose coi suoi occhi; devono essere le componenti del romanzo a raccontarsi da sé, senza l’intervento dell’autore.

Si arriva al quasi-paradosso in cui certe sequenze di azioni e certi movimenti di personaggi avvengono solo in funzione della descrizione che si deve fare. Ad esempio: se si deve descrivere il volto di un personaggio, si fa in modo che venga a trovarsi davanti a uno specchio, perché non è ammesso che sia il narratore esterno, e onnisciente, a raccontarlo. Quindi, verrà creata una sequenza ad hoc, in cui il personaggio in questione va davanti allo specchio e si guarda, perché possa avvenirne la descrizione attraverso i suoi occhi. La “funzione-sguardo”, insomma, dev’essere sempre delegata a un personaggio. E ogni volta bisogna creare una motivazione narrativa (psicologicamente plausibile) che gli consenta di soffermarsi sull’oggetto da descrivere. Quindi, abbiamo la narrazione al servizio della descrizione.

Così, la descrizione naturalista necessita sempre di un personaggio che presti il suo sguardo al narratore, e si tratterà di un personaggio vuoto, privo di una spiccata individualità e disposto a ricevere passivamente gli stimoli esterni. In genere, un personaggio poco dotato della capacità di realizzare i suoi desideri. Un personaggio che, facendo da tramite fra il narratore e la porzione di reale da descrivere, non interviene attivamente sull’ambiente che lo circonda, ma si limita a registrare, senza modificare le sue condizioni di esistenza.

Descrizioni

Honore de Balzac

Secondo la tradizione, le descrizioni che troviamo in certi romanzi sono quelle che si tende a “saltare”: naturalmente ci si riferisce a un certo tipo di romanzi, specialmente di genere, o che mantengono un’impronta popolare. Questo fa pensare ai romanzi ottocenteschi del realismo francese, alla Balzac, e a ciò che li differenzia da quelli del naturalismo di Émile Zola. Questi autori fanno un uso molto differente della descrizione: si dice che il romanzo realista abbia una dominante narrativa, mentre quello naturalista una dominante descrittiva.

Per esempio, nel realismo di Balzac le descrizioni sono concentriche, passano dal generale al particolare, e lo fanno per preparare il terreno e fare da struttura portante alla narrazione degli eventi, allo svolgersi dell’azione che seguirà. Dunque, si descrive per poter raccontare meglio l’azione: la descrizione è al servizio dell’azione. E, visto che le descrizioni balzachiane sono narrativamente funzionali, hanno un ruolo subalterno al racconto. Quindi, ogni particolare dev’essere funzionale a ciò che accadrà: nella storia non si dovrebbero inserire particolari “narrativamente” inutili.

Per questo, accade spesso che il tempo del racconto – il tempo impiegato a leggere la descrizione – è superiore a quello della storia – il tempo in cui realmente si svolge l’azione. Si hanno così delle pause descrittive, con l’effetto che l’azione, per svolgersi, deve “attendere” che sia finita la descrizione.

Micromega su Charlie Hebdo: il terzo quesito

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Nel questionario che Micromega ha inviato a una sessantina di intellettuali, invitandoli a esprimere le proprie considerazioni sul tragico attacco a Charlie Hebdo, il terzo quesito dice:

3. Il noto storico e saggista di Oxford Timothy Garton Ash ha lanciato l’idea di una giornata coordinata in cui tutte le testate d’Europa pubblichino una selezione delle vignette più significative di Charlie Hebdo (offensive di tutte le religioni). Pensi che il giornale che dirigi, cui collabori, che regolarmente leggi, dovrebbe aderire?

Se abbiamo capito bene, i giornali d’Europa dovrebbero mettersi d’accordo e a un segnale concordato pubblicare tutti insieme una serie di vignette offensive di tutte le religioni.
Ma che razza di proposta è?

Micromega su Charlie Hebdo e Aldo Busi

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Per fare l’ultimo numero di Micromega, il direttore Paolo Flores D’Arcais ha inviato a una sessantina di intellettuali un questionario, invitandoli a esprimere le proprie considerazioni sul tragico attacco a Charlie Hebdo e alla libertà di espressione.
Ecco cos’ha risposto Aldo Busi.

Flores, a parte il fatto che il Suo questionario è verboso e inquisitorio, non è così che ci si rivolge ad Aldo Busi ed è di per sé offensivo e assolutistico, per non dire da fanatici, dare per scontato che gli si può strappare un testo gratis mettendolo per soprammercato e come se niente fosse in mezzo a sessanta “rappresentanti” scelti in base a chissà quali intansigenti criteri. Io non ce li vedo in Italia sessanta integerrimi intellettuali che abbiano razzolato altrettanto bene di quanto hanno predicato e che senza vergognarsi possano assimilarsi per rettitudine, coraggio anticlericale nel tempo e comportamenti indefessamente etici, democratici e antifascisti ai martiri di Charlie Hebdo. Si tenga gli altri cinquantanove e per fare cifra tonda se ne scelga un altro di pari rappresentanza.
P.s.: Si può pubblicare.