Le donne, la passione, il sesso (di Schopenhauer)

 

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Dopo la madre, la presenza più invasiva nella vita di Arthur fu una querula cucitrice di nome Caroline Marquet. Pochi resoconti biografici di Schopenhauer evitano di menzionare il loro incontro in un mezzogiorno del 1823, che ebbe luogo su di una scala male illuminata, a Berlino, davanti all’appartamento di Arthur, quando lui aveva trentacinque anni e Caroline quarantacinque.
Quel giorno Caroline Marquet, che viveva nell’appartamento adiacente, aveva in visita tre amiche. Irritato dal rumoroso chiacchiericcio, Arthur spalancò la propria porta, accusò le donne di violare la sua intimità, visto che l’anticamera dove stavano chiacchierando faceva tecnicamente parte del suo appartamento e con durezza intimò loro di andarsene. Quando Caroline rifiutò, Arthur la costrinse fisicamente, scalciando e gridando, ad abbandonare l’anticamera e scendere giù per le scale. Quando lei, con impertinenza, risalì le scale con aria di sfida, lui la respinse di nuovo, questa volta con maggior energia.
Caroline lo citò in giudizio, affermando di esser stata spinta giù per le scale e di aver subito un danno fisico notevole che aveva avuto come conseguenze dei tremori e una parziale paralisi. Arthur aveva una gran paura di subire un processo: sapeva che era molto improbabile che riuscisse mai a cavare dei soldi dai suoi interessi di studioso e aveva sempre difeso accanitamente il capitale ereditato dal padre. Quando i suoi soldi furono in pericolo, egli divenne, secondo le parole del suo editore, «un cane alla catena».
Convinto che Caroline Marquet fosse un’opportunista poco di buono, si batté contro la citazione in giudizio con tutte le sue forze, appigliandosi a ogni possibile cavillo legale. Gli accaniti procedimenti processuali si protrassero per i sei anni successivi fino a che il tribunale non si pronunciò a suo sfavore e lo condannò a pagare a Caroline Marquet sessanta talleri l’anno per tutto il perdurare del suo danno fisico. (In quegli anni una serva o una cuoca sarebbero state pagate venti talleri l’anno più vitto e alloggio.) La previsione di Arthur che lei sarebbe stata sufficientemente scaltra da tremolare fino a quando i soldi avessero continuato a scivolarle in tasca si rivelò esatta; continuò a pagare per il suo sostentamento fino a quando la donna non morì, ventisei anni più tardi. Quando gli fu recapitata una copia dell’atto di morte, ci scarabocchiò sopra: «Obit anus, abit onus» (la vecchia muore, il fardello è sollevato).
E le altre donne della vita di Arthur? Arthur non si sposò mai ma fu tutt’altro che casto: per la prima metà della sua vita fu anzi molto attivo sessualmente, forse persino ossessionato dal sesso. Quando Anthime, l’amico d’infanzia di Le Havre, lo andò a trovare ad Amburgo durante il periodo di apprendistato di Arthur, i due giovanotti trascorsero le loro serate alla ricerca di avventure amorose, sempre con donne degli strato sociali più bassi: servette, attrici, ballerine di fila. Se non avevano successo nelle loro ricerche, mettevano fine alla loro serata consolandosi tra le braccia di una «prostituta industriosa».
[…]
A trentatré anni Arthur iniziò una relazione intermittente della durata di dieci anni con una giovane ballerina di fila berlinese di nome Caroline Richter detta Medon, che spesso portava avanti contemporaneamente delle storie con uomini diversi. Arthur non aveva nulla da obiettare a questa soluzione e diceva: «Per una donna doversi limitare a un uomo nel breve tempo della propria giovinezza è una situazione innaturale. Essa è costretta a serbare per uno ciò che quell’uno non arriva a utilizzare e che molti altri desidererebbero da lei». Allo stesso modo si opponeva alla monogamia per l’uomo: «L’uomo ha dapprima troppo, e poi troppo poco […] gli uomini sono per una metà della vita puttanieri, per l’altra becchi».

Irvin D. Yalom, La cura Schopenhauer (trad. di Serena Prina), Neri Pozza Editore, Vicenza 2005, pp. 222-223

Legami

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«l’amicizia durante l’adolescenza acquista dei connotati fortemente etici. (…) Essa costituisce una grande costruzione simbolica e culturale e prepara la relazione d’amore prefigurandone gli eventi e precorrendone il sentimento di scoperta e, allo stesso tempo, di ritrovamento. Si tratta di un evento straordinario perché (…) l’amico è un coetaneo estraneo alla famiglia e rappresenta, da ogni punto di vista, una grande novità relazionale. (…) Assurgerlo al ruolo di amico del cuore è un evento culturale, simbolico e relazionale straordinario, poiché rappresenta il debutto nella capacità di amare e investire un essere vivente estraneo alla cerchia dei legami familiari.»

(G. Pietropolli Charmet)

Questo mi fa pensare a quanto sarebbe stato importante avere un amico del cuore, cosa che son riuscito a ottenere nell’adolescenza solo per periodi brevi, quindi amicizie “del cuore” che si son rivelate effimere: una specie d’inconcludenza che mi è sempre pesata. Direi che il peso di questa mia condizione, che m’ha privato di amici del cuore di lunga data, ha avuto un ruolo determinante nelle mie giornate. Me ne rendo conto soprattutto ora, nella maturità, forse perché le conseguenze di questo “fallimento” si consolidano e si fanno presenza.
Mi colpisce l’idea dei connotati fortemente etici dell’amicizia adolescenziale: questa era la sua caratteristica eminente, l’eticità che avrebbe consentito di affrontare il mondo con lo sguardo aperto e libero e pulito. Cose di cui tutti abbiamo bisogno, e quando ce le portano via ne veniamo in qualche modo menomati. Non a caso, in questo tipo di amicizie è spesso presente un elevato tasso di idealizzazione, che le rende magiche, spesso irripetibili.

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Gala Opening, Metropolitan Opera, New York, 1950

Il tuo arrivo mi ha fatto tornare in me: sei lo specchio che m’ha restituito l’immagine come nessuno è mai riuscito a fare. Allora ho sentito tutto, in modo diretto e assoluto, e indiscutibile. Sei grandissima, lo posso dire con cognizione. E sono sicuro che niente mai, nessuno sviluppo di carriera, nessuna gratifica materiale, nessun altro fattore potrà contaminarti o condizionarti: resterai sempre, sempre, sempre la ragazza pura che sei. Un patrimonio inscalfibile, sempre preziosa ed esemplare, sempre bellissima. I risultati ottenuti dimostrano che hai una capacità di concentrazione elevatissima, cosa che io non posseggo perché non l’ho coltivata a dovere. Non ho avuto maestri, buona parte della gioventù l’ho passata sulla strada, buttando tempo e talenti, quasi ignorando il mondo vero. Ero refrattario all’impegno, alla responsabilità. Poi, col tempo ho sviluppato la capacità di concentrazione, sui dati, sui ragionamenti, sui problemi, e mi sono innamorato della letteratura. Perché pensavo che nella letteratura c’è la salvezza, ma ora non ne sono più sicuro. Oggi mi distraggo spesso, la testa vola dappertutto, basta il più piccolo stimolo. Vorrei imparare da te, perché sei un esempio formidabile, mai visto prima. E sei un modello di vita, per chi riesce a essere alla tua altezza.


I libri faranno una brutta fine

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Questo lo scriveva Andrea Inglese due anni fa.

Ora, quello che mi lascia perplesso nell’intervento di Sofri, è il suo modo di sciogliere, dal punto di vista argomentativo, i nodi che ha lucidamente individuato. Ad un certo punto egli scrive: “qui starei alla larga dai litigi inutili su cosa sia meglio e cosa sia peggio e se il mondo peggiori o migliori con il declino dei libri. Limitiamoci a registrarlo e capire cosa succede.” La formula è di quelle che, nel mondo del giornalismo culturale (autori da diecimila lettori in su), ci siamo abituati a leggere in varie salse. Neutralità e contegno, innanzitutto. I partiti presi, magari conflittuali, è roba da autori dilettanti. Se però mi soffermo un attimo su questa formula, permettendomi un’arcaica lentezza, i conti non tornano. Perché mai i litigi dovrebbero essere inutili se vertono sul fatto che questi cambiamenti possono influire su un peggioramento o su un miglioramento del mondo? Per come sono stato educato, e per i valori che ho assorbito nella società in cui vivo, mi sembra che nulla ci sia di più utile che interrogarsi, e magari litigare, sul bene o il male della polis, dei destini generali, del mondo in cui storicamente e socialmente viviamo. Mi han detto che questo modo di fare si accompagna con la storia delle società cosiddette democratiche, a differenza di quanto accade in quelle che possiedono libri sacri e verità indiscutibili. Insomma, quell’aggettivo “inutile” sotto la tastiera di Sofri è una spia di qualcosa di strano e un po’ aberrante. Non solo nel suo punto di vista, ma in quello che egli crede, probabilmente a ragione, essere un punto di vista condiviso. Forse Sofri si è sbagliato, ha scritto una cosa per un’altra. Forse ha voluto dire che questo cambiamento non si può descrivere né come un peggioramento né come un miglioramento. O più precisamente: è prematuro discutere se si vada verso un miglioramento o verso un peggioramento. Infatti aggiunge: “limitiamoci a registrarlo e capire cosa succede”. Il problema è che oltre la mera “registrazione” del fatto, l’autore non sembra andare. Non sembra minimamente interrogarsi su che cosa comporti, da un punto di vista antropologico, la perdita di centralità del libro, inteso come strumento cognitivo specifico, né la perdita delle competenze del lettore “lento”, che può leggere e rileggere testi impegnativi e lunghi. Anzi, secondo Sofri, pare che perdite e guadagni si equivalgano, e che in definitiva l’unico motore della cultura sarà l’attività giornalistica in rete.

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http://www.nazioneindiana.com/2014/01/12/i-libri-faranno-una-brutta-fine

Il servilismo e la pigrizia

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Dato che leggo in media sette-otto libri alla settimana, la lettura è per me un vizio punito. Per lavoro devo anche leggere molte recensioni, nelle quali dominano – ci si stanca a ripeterlo – il servilismo (al più si registra nel recensore il passaggio, con gli anni, dalla condizione di servo a quella di liberto) e la pigrizia (rieccoli i risvolti e le veline degli uffici stampa, al massimo variati di un aggettivo o rafforzati da un sinonimo).
L’eccesso di lodi forsennate può però provocare rigetto o diffidenza, che scatta anche nei rari casi in cui il giudizio sul libro è negativo. Ci si chiede allora cosa ci sia dietro: forse l’autore sta per cambiare editore? O il recensore ha cambiato datore di lavoro? O forse tra recensito e recensore sono intervenuti fatti privati, faide d’alcova? Ben vengano comunque i giudizi negativi, le voci dissonanti nel coro. Tra l’altro molta stampa si è messa a ospitare rubriche di polemiche, che bisogna pur riempire in qualche modo. Così, tra gli applausi scroscianti, si comincia a sentire qualche fischio. Magari lo si indirizza al libro sbagliato, ma l’importante è piantarla con la lode ecumenica e ritornare a esercitare il diritto di critica, che è esattamente l’opposto della prassi che imperversa, cioè voler au secours du vainqueur.
Il sabato per gli addetti al lavoro è obbligatoria la lettura, in “Tuttolibri”, della classifica dei libri più venduti curata dalla Demoskopea. Al proposito, il commento più azzeccato mi par proprio quello di Giorgio Manganelli, che alla domanda: “Quando vede un bel libro in classifica come reagisce?” ha risposto: “La cosa mi insospettisce molto. Ci dev’essere qualcosa che non va”. Resta il fatto che mentre non è il caso di scandalizzarsi se la cosiddetta letteratura d’intrattenimento è la più letta (ma non è stato sempre così?), ci si può invece immalinconire per la pervicace assenza di alcuni bei libri dall’elenco di quelli più venduti (nella doppia accezione?).
È sempre bene fare esempi, con nome e cognome. Nella narrativa straniera perché non compare in classifica (o, se vi compare – un sabato era in dodicesima posizione se non erro – sembra un errore del proto) il bel romanzo del ceco Bohumil Hrabal Ho servito il re d’Inghilterra? Non è giusto che Kundera monopolizzi il settore (non accetto però di entrare nel “partito anti-Kundera che per svariati motivi si sta prendendo piede. Anche Kundera ha dovuto fare una lunga anticamera per arrivare al successo, e i suoi precedenti romanzi, non inferiori, anzi, all’ultimo osannato, continuavano a cambiare editore perché non li voleva nessuno, e sono tornati solo l’anno scorso in libreria rispolverati dai magazzini). Il romanzo di Hrabal è stato finora molto ben recensito; ma si sa che non basta, le recensioni non sono certo decisive per la vendita (resta ancora più importante il “bocca a bocca”). Mentre è purtroppo decisiva, per propagandare un libro, la televisione del caravanserraglio domenicale, o il grosso battage pubblicitario, che le piccole case editrici non possono permettersi. Manca anche in classifica, tra gli altri, Le cose di Georges Perec, giustamente ristampato a vent’anni di distanza, un godibilissimo e amaro racconto sulla smania consumistica che divora due giovani negli anni Sessanta; manca il bel romanzo di fine Ottocento di Olive Schreiner, Storia di una fattoria africana. Eccetera eccetera. Quanto ai romanzi italiani, spesso bruttarelli, arrivano in classifica, implacabilmente, quelli più bruttarelli di tutti.
Sarebbe insomma il caso di fare un controcanto ai libri più venduti, segnalando soprattutto le assenze e talora deplorando certe presenze. Al servizio dei lettori, che considerano i bei libri forse la migliore compagnia, gli unici a non tradire mai.
Una razza in via d’estinzione quella di noi lettori, che andrebbe tutelata. Dovremmo organizzarci in conventicole, intendendoci con linguaggi cifrati nei luoghi in cui ci incontriamo. Attenzione però a non assentarci in altra stanza con i nostri simili.
Parafrasando Flaiano – “Forse sarà bene tornare di là o penseranno che stiamo parlando” – bisogna evitare che gli altri pensino che stiamo leggendo.

Grazia Cherchi, Scompartimento per lettori e taciturni, Feltrinelli, Milano 1997

Relitti

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Ma sarebbe inutile accumulare esempi di questo fatto inconfutabile, benché abbastanza sfortunato, cioè che la natura stessa dell’artista lo spinge a interessarsi eccessivamente a quello che gli altri dicono di lui. La letteratura è disseminata dei relitti degli uomini i quali si sono preoccupati, al di là di ogni misura, dell’opinione altrui.

Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, traduzione di Livio Bacchi Wilcock e J. Rodolfo Wilcock, prefazione di Marisa Bulgheroni, Feltrinelli, Milano 2013.

 

Writing 36

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Se ci fossi tu m’insegneresti a tenere salda l’attenzione, a non farla sfilacciare dalle associazioni mentali che si producono quasi incontrollate, quando leggo un libro o cammino per strada. Da quando son stato male, infatti, non riesco a leggere più di qualche pagina di seguito, a volte la mente devia dopo poche righe, finendo sui fili che corrono da un’idea all’altra. Ora, poi, sto privilegiando i saggi, che si prestano meglio a una lettura frammentaria, dove anche un paragrafo può essere oggetto di riflessione, che può condurre anche a sviluppi imprevisti che rimandano ad altre pagine di libri che non immaginavo. Tutto un percorso complicato, insomma, come del resto è diventata la mia vita negli ultimi anni. I ricordi e le immagini mi abitano disordinati, ognuno reclamando la sua razione, ma ora le risorse le vorrei per me. La tua presenza farebbe ordine: col tuo sguardo assoluto, col tuo respiro, con la tua voce.