Voglio provare l’ebbrezza

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Voglio provare l’ebbrezza di essere forte, di fronteggiare ogni situazione col sangue freddo anche se nel cuore si scatena l’inferno, voglio provare l’ebbrezza di correre per chilometri e fermarmi a un passo dal crollo e sentire le forze tornare, voglio sollevare pesi gemendo e guardandomi nella nudità del dolore, e tornare a sentirmi integro col pensiero che ricomincia a correre, voglio provare l’ebbrezza di sentire che la sto perdendo senza che ci sia un domani e ritrovarla accanto con la forza del senso, voglio provare l’ebbrezza di non passare inosservato e guardare le persone anche con gli occhi appannati dalle lacrime, e tornare a ridere per la gioia della bellezza, voglio provare l’ebbrezza di non aver paura, di esserci ogni volta che vengo chiamato, di vedere un futuro, di aspettare, aspettare, aspettare, aspettare, voglio provare l’ebbrezza di sopportare il silenzio e di vedere la bellezza attraversando tutto.

#57

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Quello che ci ha lasciato la tragedia greca è l’interrogativo permanente, incalzante, forse irrisolvibile sul destino dell’uomo. Un’indagine che segue percorsi non codificabili coi criteri di una scienza. Un’investigazione totale che investe ogni aspetto del nostro essere, compreso quello del dolore. La soluzione, l’orizzonte, sono solo possibilità a cui non si riesce ad approdare: un arrivo che possa insegnarci, anche nel dolore più grande, che cosa è male, che cosa è bene.

Perdenti 2011

Questo lo scrivevo, in altra sede, esattamente cinque anni fa.

20/03/10 Roma,corteo del PDL dal Circo Massimo a San Giovanni nella foto Gaetano Quagliariello, Daniela Santanche', Michela Vittoria Brambilla - 20 03 10 AD MF CL Manifestazione Nazionale PDL - fotografo: Dadi Frassineti Laruffa

L’epoca è finita, il ciclo è al termine. Diciassette (17) anni è un quasi-ventennio, e si sa che il Ventennio rappresenta di per sé un ciclo pieno d’implicazioni potenzialmente drammatiche. Ma Diciassette (17) è anche un numero che può avere implicazioni molto, molto iellate: e quando le persone portano con sé la iella lo si vede, e io purtroppo lo vidi. Ora non resta che osservare quanto sarà pesante il compiersi delle cose.

# 55

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Mia madre ha dipinto per tutta la vita. L’oggetto che più conserverò nella memoria è il primo quadro a olio che fece da ragazza, una veduta del fiume Trigno: alcune mucche sostano placide con le zampe nell’acqua, la tonalità generale è verdastra, la consistenza dei rilievi sullo sfondo imperfetta, quasi piatta. Ma rimane il grande quadro che mi accompagna da sempre: quand’ero piccolo era già un “vecchiume” che venne addirittura portato in soffitta. Ora l’ho rimesso in vista in una cornice importante, come se fosse il simbolo di tutto, della casa avita, della mia nascita difficile, del sogno di una famiglia unita, dell’innocenza perduta.

Forza desiderante

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Se ci fosse un antidoto, una cura. Una pozione, una soluzione da bere, che possa cambiarmi. Le pratiche dissolute le ho perse da tempo, c’è una vita lavorativa in mezzo, con l’esercizio di sopravvivenza che m’ha trascinato attraverso tutto, assuefacendomi e scolpendo la mia forza desiderante. Che non riesco ancora a neutralizzare, o indebolire, ma che dico?, nemmeno a scalfire. Quasi niente si smussa, tutto è forte come prima, potente, e mi chiedo perché questo desiderio, questa forza che non si placa: è la convinzione che la bellezza possa bastare, risolvere, risanare, forse perché nel mio mondo dev’essere così.

donne

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Stamattina ho sognato che si dovevano prendere importanti decisioni a livello politico sulla condizione della donna, e io ero in attesa di conoscerne l’esito, probabilmente attraverso la televisione, come faccio quando sono ansioso di sapere qualcosa sui grandi eventi che influenzano il mondo. Le donne hanno un posto di preminenza nella mia vita: lo dimostra il fatto che, ad esempio, il mio migliore amico è una donna, il mio medico curante è una donna, i miei avvocati sono donne, le dichiarazioni dei redditi me le fanno le donne, le migliori collaborazioni sul lavoro le ho avute con donne. Insomma, se devo mettermi nelle mani di qualcuno, preferisco sia donna. Poi, come ho già raccontato, le rare volte in cui mi trovo in situazioni conviviali (una cena o un matrimonio o un party), mentre i maschi tendono a radunarsi fra loro a parlare dei loro interessi, e le donne fanno altrettanto, io mi ritrovo sempre fra queste ultime, solo maschio, ad ascoltare i loro discorsi. Sarà perché con gli uomini non ho molti argomenti: non seguo il calcio, non amo le automobili o le moto, vado poco in bicicletta, non faccio vacanze cool e, infine, non mi atteggio verso le donne come i maschi fanno tradizionalmente. È che mi considero un partner a tutto tondo, tutto qui.

cultura

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Chiedere cultura è troppo, per questo Paese? Non sarebbe sorprendente sentirsi rispondere che sì, è troppo. E amare la cultura, esserne portato, può diventare uno stigma, una maledizione? Può diventarlo.
Si dice che chi professa la cultura e l’intellettualità tende a raggrupparsi in insiemi ristretti, in conventicole autoreferenziali e settarie di persone che coltivano inclinazioni snobistiche. Spesso è vero. Ma chi decide di rifiutare questo schema offrendosi al resto del mondo, ovvero a ciò che è fuori e a chi è fuori, il più delle volte rimane emarginato, perché non riesce a connettere i propri peculiari contorni a quelli di chi la cultura non la professa, o a cui semplicemente non è incline. Non combaciando i contorni, non c’è corrispondenza, e quando non si corrisponde si è sostanzialmente — se non formalmente — estranei.
Essere incline alla cultura, dunque, senza necessariamente professarla o reclamarla (per non voler sembrare invadenti o importuni), può diventare un problema, se non una maledizione. Perché quando manca il terreno di coltura appropriato, il prezzo da pagare — se si rifiuta l’aggregazione settaria e autoreferenziale, piena di trappole  — è l’isolamento, sancito dall’emarginazione.